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Essere e fare

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 13:40

È la differenza che dona la libertà. Io posso fare arte, teatro: sono libero di essere pazzo, di fare il buffone perché sono in quell’ambito, cioè perché ho posto una differenza, che è stata riconosciuta da tutti (senza questo riconoscimento non vi è arte, né differenza vera e propria: si resta dei meri buffoni).
Se non si pone, o non è chiara per tutti, riconosciuta, la differenza, io sono un pazzo, non lo faccio. È appunto la differenza fra il fare il pazzo, cioè recitarlo, ed esserlo.
Da qui sembrerebbe che l’essere di qualcosa emerga in negativo: togliendo ciò che si fa, rimane ciò che si è. Che vuol dire: togliendo la differenza, rimane l’indifferenziato, cioè la piena coincidenza di ciò che si fa con ciò che si è. Infatti, ogni volta che si dice fare nel senso di recitare, è sottointeso che ciò che si fa non si è.
Si potrebbe dedurre negativamente invece il fare dall’essere? No, perché il fare è la differenza stessa, mentre l’essere è l’identità; quindi l’essere è ciò che rimane, mentre il fare si costituisce come fare, quindi come differenza, solo in relazione all’essere che rimane, all’identità che si mantiene. Infatti l’essere è indifferenziato, è identità.
Quindi ora bisogna porre questa domanda: perché quando si fa si è liberi di fare tutto, mentre quando si è no? In quest’ottica il fare sembra la liberazione dall’essere. Il fare è innanzitutto un movimento, e precisamente è sempre un movimento di duplicazione: nel fare si sdoppia il mondo, in mondo che fa e in mondo che è.
È questa la differenza: l’introduzione di una differenza, raddoppia il mondo. L’esistenza di due mondi fa sì che il mondo del fare si possa liberare del mondo dell’essere, precisamente per il senso che questo viene ad acquisire di seconda possibilità, di mondo di riserva. L’essere è appunto il mondo generalissimo, il mondo che rimane, il mondo irriducibile. Il mondo del fare è invece riducibile, riducibile proprio a quello dell’essere. La consapevolezza che quest’atto che sto facendo non coinciderà con la mia essenza lo libera da un peso. Questo peso è il peso che opprime il mondo dell’essere: ed è il peso dell’irriducibilità, dell’irrimediabilità, dell’incontrovertibilità, in parole povere l’inesistenza di una seconda possibilità, di un ulteriore mondo disponibile.
Il mondo dell’essere è il mondo serio, mentre quello del fare è il mondo ironico.
L’invenzione dello sdoppiamento, di un essere separato dal fare, è propriamente il movimento ironico: io non sono quello che sto facendo. Questa è anche l’invenzione della libertà dell’uomo, un uomo che nel suo essere diventa indeducibile, e quindi libero. È un ragionamento perfettamente circolare: l’uomo è indeducibile perché è libero ed è libero perché è indeducibile.
Ora, indeducibile coincide con inesauribile. Il serio, il mondo dell’essere, è una realtà esausta. Il mondo del fare è invece una realtà inesausta. Quella dell’essere è l’ultima parola, una parola finita, mentre quella del fare è una parola che deve essere seguita, quindi una parola infinita. Ecco perché l’essere non si dà mai, perché la realtà è inesausta.

Ecco perché verso la stessa cosa a volte si può avere un atteggiamento tragico oppure ironico. Si ha un atteggiamento tragico quando ci si identifica con la cosa, cioè si è la cosa; si ha un atteggiamento ironico quando si pone una differenza fra me e la cosa, cioè quando non si è la cosa.
Ecco perché l’autoironia, il prendersi in giro, è l’atto di massima libertà, perché è libertà verso se stessi, libertà dal proprio essere. In quest’atto, non mi identifico nemmeno con me stesso.

Cosa differenzia l’assurdo da ciò che fa ridere? Cosa marca il confine dal comico, al grottesco fino al tragico? È che quando si ride si manifesta la differenza, l’intervallo fra me e l’oggetto delle risa. C’è un distacco, perché l’umorismo, quando non è scherno, quando non è derisione, che è un’altra forma mascherata, degradata dell’identificazione nella forma dell’odio (es. le risate a denti stretti, nervose: non sincere), è rispetto, non vuol dire altro che rispetto.
Nell’identificazione ci si esaurisce nell’oggetto, completamente, oppure si esaurisce l’oggetto in noi. L’identificazione è sempre immedesimazione, mimesi, metamorfosi. L’identificazione è diversa rispetto alla differenza perché nell’identificazione ci si scorda di sé e dell’Altro, mentre nella differenza invece si mantiene la dialettica Io/Altro. Nell’uno il sé si perde, nell’altro si mantiene, quindi la differenza è l’unico vero Aufheben; nella differenza infatti è implicita una somiglianza, altrimenti non si potrebbe dire che due cose sono differenti. Per essere differenti, due cose devono avere qualcosa in comune, almeno quella di essere parti nello stesso tutto, per esempio. Nell’identificarsi il soggetto è schiavo dell’oggetto, non c’è intervallo, c’è un Tutto-Oggetto, mentre nella differenza si mantiene la libertà di entrambi.
Le passioni prodotte dall’identificazione sono tutte unidimensionali, quindi piene, necessarie, irriducibili, uniche: sono il tragico-serio, l’odio, l’idolatria…
Quelle prodotte dalla differenza/rispetto sono tutte bidimensionali, quindi intervallate, libere, doppie: sono l’umorismo, l’amicizia, l’amore, il gioco, l’arte, la religione, la fede…

Economia: risparmiare o esaurire.
Davanti a ogni caso della vita, si pone all’uomo questo bivio: risparmiare o esaurire? Anche nei confronti di se stesso, l’uomo realizza un autoeconomia ogni volta che sceglie di esaurirsi o di risparmiarsi.
Risparmiare produce il resto, il sovrappiù, la differenza; si risparmia per esaurire. (es. lavare i piatti per poi sporcarli: il processo continua all’infinito).
Il bambino esaurisce le cose e se stesso. Esaurisce e si esaurisce, totalmente. Poi viene educato al risparmiare. E diventa un uomo maturo, che risparmia le cose e risparmia se stesso. È singolare che quando uno diventa maturo, dovrebbe voler dire che è venuto il momento buono, che si è pronti finalmente per esaurire le cose e se stessi, dopo che come allievo si è risparmiato così tanto. Ma evidentemente l’educazione non era una preparazione, non era un risparmiare con il fine dell’esaurirsi; era un’educazione al risparmio, al rinunciare a se stessi, perché chi esaurisce, se lo fa liberamente, è ingiustificato, è esposto. Chi si giustifica sparisce, si nega, si risparmia; risparmiandosi, ci si giustifica, perché non ci si differenzia, non si emerge dall’anonimato. Ci si risparmia quando si ha paura, quando si è nel mondo dell’essere, del serio-tragico. Bisogna nascondersi, negarsi. Così si rinnega se stesso. Chi si esaurisce invece porta fino in fondo (in questo senso esaurisce) la sua presenza ingiustificata, la sua differenza, spendendosi e concedendosi all’altro senza giustificarsi, quindi liberamente. Chi si spende è in questo senso coraggioso, nella misura in cui risparmiarsi è fuggire. Infatti qui non si parla di un esaurirsi nel senso di un terminarsi, definirsi una volta per tutte; si tratta di un esaurirsi non teoretico ma pratico, per così dire, nel senso che per esempio si dice tutto ciò che si ha da dire; o si fa ciò che si vuole fare, senza pensare che si potrà fare domani. Non è finire tutte le cose che devo fare in assoluto, per sempre, ma finirle per quel momento, per quel giorno. Esaurirsi in ogni momento. Il soggetto infatti è inesauribile solo perché è fatto a pieghe: e l’essere fatto a pieghe significa che si può finire di dispiegare una piega (dispiegare=esaurire), ma dopo ce ne sarà un’altra; se si pensa ogni piega come ogni atto, la metafora regge. In ogni atto ci si può esaurire, esaurendosi relativamente a quell’atto però, non assolutamente. Ma soprattutto esaurirsi in questo senso non è giustificarsi, non è l’azione-giustificante, non è una reazione. Con questo esaurirsi io chiamo l’azione autentica, nel senso dell’azione prodotta dal soggetto che si è identificato con la propria libertà, e ha quindi dissolto la propria identità nel senso di giustificazione in favore della presenza ingiustificata, del suo corpo libero che non agisce più per giustificarsi, per discolparsi, per riflesso, ma autenticamente, per volontà propria; non per realizzarsi, ma per liberarsi continuamente e liberare il mondo; insomma, per mantenere l’identità con se stesso in quanto libertà, che vuol dire mantenersi nell’aufheben in quanto differenza nell’identità che si mantiene, in una parola l’umorismo, il rispetto.

È l’uomo che si è identificato col suo fare e non con il suo essere, nel senso che non si identifica più; non si identifica più nel senso che si esaurisce nell’identificazione. Non ricerca più un’identificazione che lo scusi della sua presenza al mondo, ma ha annullato l’identificazione nell’identificarsi nella non-identità, nella differenza, che vale a dire nella libertà. Non è più essere, o meglio il suo essere è libertà (Io sono colui che voglio essere) perché il suo essere non si esaurisce in ciò che è, ma è anche ciò che non è. (cfr. Hegel)

Risparmiare è rinunciare, sublimare.
L’economia è come l’uomo gestisce se stesso.

Forse l’uomo può essere davvero giusto solamente se non è infelice.
La filosofia deve essere anche pragmatica nella misura in cui vuole parlare ad un uomo libero; per parlare ad un uomo libero, deve prima pensare concretamente a come liberarlo.

Il fatto è che non è tanto il divertissement pascaliano che fa dimenticare il reale, il presente, ma piuttosto la sparizione del presente ( e conseguentemente del soggetto—vedi sopra) prodotta dall’abitudine al risparmio. Il nostro è un presente risparmiato. Ma l’unico presente autentico è quello che si concepisce fine a se stesso, senza essere in funzione del futuro o determinato dal passato; fine a se stesso, che vuol dire che si esaurisce, continuamente; è questo che intendo con l’immagine della combustione del presente. Il presente è l’unico tempo che può essere libero, fine a se stesso; perché è l’unico tempo che è ingiustificato, sempre nuovo, presenza imprevista e mai completamente necessitata, dimostrata, dedotta.

Esplorare i legami fra erotismo e risparmio. (il negarsi=risparmiarsi che aumenta il desiderio—risparmiarsi è manifestazione di indipendenza; per questo colui che si risparmia sembra forte, bravo, figo; colui che si risparmia è infine l’ideale del duro?).

L’uomo è libero solamente se si possiede. E nel risparmio, l’uomo è posseduto da un’altra cosa, da un’astrazione. È quello che voleva dire Hegel con alienazione, o essere-fuori-di-sé. Finché l’uomo non possiede ciò che desidera, è posseduto da ciò che desidera. E il risparmio è un alienarsi volontario, un lasciarsi possedere.

PARADOSSO: il consumismo (consumare=esaurire) ha prodotto un uomo che si risparmia.

Si ritiene che l’uomo sia uomo in quanto risparmia. (Hegel-servo che sublima-risparmia il desiderio di esaurire, quindi si media). Risparmiarsi=negarsi.
In quanto il negarsi è negazione del presente in favore del futuro, è negazione della realtà, del concreto. Il concreto non si vive quindi. (per esempio, Hegel ha dovuto crearsi una fine fittizia del risparmiare—fine della storia—per potersi considerare un uomo esaurito, quindi libero). L’uomo che si esaurisce dopo il risparmio è un uomo che si ricongiunge con sé. L’uomo che si risparmia è un uomo che si aliena da sé, che si differisce nel tempo, che si congela per tempi migliori.

Il discorso sul risparmiarsi è questo: con risparmiarsi possono essere intesi due opposti: sia il negarsi perché si ha paura e in questo caso si ha il risparmiarsi come giustificazione, come sparizione, come nascondimento di sé (cfr. con necessità della premeditazione: allacciandosi a quel discorso, si capisce bene come si configura questo risparmiarsi “negativo”: il risparmiarsi negativo è l’andare in macchina, l’azione chiusa al mondo, il tunnel scavato nel mondo; l’andare a piedi è invece il concedersi, l’uomo che esaurisce la sua presenza nel darla tutta, completamente al mondo, nell’azione aperta perché il mondo possa entrare in essa).
Ma il risparmiarsi può anche essere inteso come risparmiarsi “positivo”, cioè come il liberarsi dall’esaurimento immediato, dall’esaurimento inteso non più come il non-celare la propria presenza ingiustificata, ma come soddisfazione di un desiderio. Il risparmio positivo è per esempio risparmio in funzione di accrescimento del piacere nell’esaurimento futuro (vd. Erotismo).
Per esempio, il fare nel senso del recitare può essere inteso come un risparmiarsi; qui si intende un risparmiarsi come non esaurirsi del mio essere, come differenza liberatrice, negare se stessi nel senso di chi dice “Io non sono ciò che sto facendo”.
Il problema è che la cosa si risparmia sempre, nel senso che è inesauribile, non può mai esaurirsi completamente, assolutamente, ma solo relativamente, parzialmente (vedi sopra). Però la cosa, in questo negarsi, non si nega completamente, altrimenti io non la percepirei nemmeno, non la desidererei. Perché una donna mi si possa negare, e negandosi accrescere quindi il mio desiderio per lei, per esempio, ha dovuto in qualche modo darsi, ha dovuto porsi in primo luogo, volente o nolente: ed è solo quando si concede però nello stesso tempo si risparmia (aufheben erotico) che il mio desiderio cresce maggiormente; se invece lei si fosse solo risparmiata, si fosse solo negata, non avrei voluto approfondire.

La curiosità, l’eccitazione nasce dalla parzialità, dall’intravedere: se non ci fosse il vestito, io non desidererei così tanto la nudità della donna; la scollatura è esattamente nel mezzo del seno, come la gonna più eccitante è alla metà delle gambe: l’erotismo, la curiosità e l’eccitazione stanno esattamente nel mezzo fra il concedersi e il risparmiarsi. È in questo senso che questo risparmiarsi è “positivo”, nel senso che non si nega per nascondere il sé, per annullarsi sotto la minaccia della paura di mostrare il mio sé ingiustificato; non nega totalmente, ma semplicemente si risparmia nel senso che non afferma totalmente. La differenza è sottile, ma è importantissima. Non afferma completamente, non si concede completamente: in una parola, è inesauribile. Il risparmiarsi negativo è la paura di esaurirsi, e quindi la rinuncia all’esaurirsi; mentre il risparmiarsi positivo è preso dal punto di vista dell’essere, che si risparmia sempre un po’, anche se io lo esaurisco e voglio esaurirlo. Del resto senza il continuo esaurirmi, senza il continuo concedermi, non avrei consapevolezza della mia inesauribilità, così come se non provo continuamente a possedere, ad esaurire le cose, non capirò mai che sono inesauribili. Si tratta solo di capire che anche se io e le cose siamo inesauribili, non vuol dire che non ci possiamo esaurire; si ritorna all’essere che si dà come piegato, ad angoli, curvato.
Siamo arrivati quindi al punto: il risparmiarsi positivo è una determinazione dell’essere, la sua inesauribilità, mentre invece il risparmiarsi negativo è un atteggiamento che può assumere l’io, che non è un non-concedersi ironico attuato liberamente come gioco, come fare, ma è un negarsi serio dettato necessariamente dalla paura dell’essere.
Infatti quando ci si risparmia nel presente in funzione dell’esaurimento futuro idealizzato non si pensa di risparmiarsi nel senso che lo si intende nel gioco, o nell’erotismo, non si risparmia nel senso che non ci si vuole concedere ironicamente, insomma; ma invece ci si risparmia per il sentimento opposto, per il peso della paura, per fuggire, per nascondersi. Chi si risparmia positivamente lo fa per liberarsi, per aprirsi, per uscire (ci si maschera per porre una differenza, quindi per liberarsi); chi invece si risparmia negativamente lo fa per nascondersi, per chiudersi, per annullarsi.
Infatti chi risparmia negativamente risparmia il presente costruendosi un fittizio momento futuro in cui “ci si potrà esaurire”, ma questa specie di licenza che gli darà il futuro è dettata dall’identificazione erronea presente=ingiustificato, colpevole, da giustificare e futuro=giustificato, salvo, libero. Questo è un risparmiarsi di chi è alla ricerca disperata di una giustificazione.
La differenza fondamentale è fra un risparmio che nega, che annulla il sé e uno che invece lo mantiene, che rispetta il sé (aufheben-porre la differenza mantenendo l’analogia fra fare ed essere). Come chi concepisce una verità che semplicemente si nega e quindi per noi potrebbe benissimo non essere, invece di concepire una verità che esiste, ma semplicemente non si può cogliere in modo oggettivo, definitivo, ma solo simbolicamente, cioè in una parzialità (Cusano-raggi del cerchio).
D’ora in poi quindi per chiarezza definirò “concedersi parzialmente” l’esaurirsi del risparmiarsi positivo, mentre invece intenderò con risparmiarsi il risparmiarsi negativo.

Provare la vita

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:57

Si concepisce l’esistenza, la vita come un voler trovare qualcosa, come un cercare. Cercare sotto il nome di qualcosa è sempre cercare la necessità; vale a dire: le altre cose che si cercano sono solo maschere, sotto alle quali si cerca sempre la necessità, la giustificazione.
Questo processo è una vita come condanna; la vita come inferno è la condanna a schiavizzarsi progressivamente, ad annullarsi, tendere a scomparire, a “non avere niente di strano, niente di casuale”. A confondersi, giustificarsi, sparire (rendersi trasparenti al posto di opachi; uomo trasparente e uomo opaco; il primo giustificato, solo il secondo è vero corpo, presenza ingiustificata).
L’unica cosa che si può veramente trovare, nel senso di qualcosa di davvero nuovo, una vera aggiunta che è però solo riconoscimento, accensione di qualcosa che giace spento, e non condanni all’eterna coazione a ripetere della necessità è la libertà, la mia libertà.
Trovare la libertà è uno smettere di cercare non in generale, ma di cercare per necessitarsi. In altre parole, si continuerà sempre a cercare, a trasformare il dato; non muore il movimento, la realtà è anzi ancora più dinamica; solamente non si cerca per giustificarsi. Non si cerca credendo di trovare nel trovato un ultima parola, una necessità. E l’evento che accade quando non cerco più un’ultima parola è che l’ultima parola diventa la mia libertà presente. L’ultimo diventa il già. Quando ragionavo in termini di necessità alienavo la mia salvezza, perché la vedevo in un futuro; mi alienavo, ponendo la mia giustificazione, la mia fede, il mio ricongiungimento con me nel futuro, e cioè in un ultimo imprecisato.
È smettere di cercare un ultimo perché si riconosce che si ha già ciò di cui si ha bisogno, e cioè la libertà. Questo è la fede stessa. Prima, si crede che per essere salvi, bisogna essere giustificati, bisogna fare, dire, essere qualcosa. Si crede che per salvarsi debba avvenire un atto, un ultimo evento che sancisca l’inizio della vita salvata, giustificata. Questo è l’approccio discorsivo, dimostrativo, empirico, necessitaristico alla vita: per credere in una cosa, devo avere una prova, deve avvenire un atto concreto, devo dimostrarla, comprovarla. L’altro è l’approccio della fede, che dice che non c’è ultima parola, o meglio dice che l’ultima parola è già stata detta, in modo che si è dispensati dell’ultima parola. Che è lo stesso dell’amore, alla fine. Amare-avere fede, credere in qualcosa è non chiedere più niente a questa cosa. È considerarlo come finito; che non è un volerlo essenzializzare, immobilizzare, necessitare: è l’opposto, è un volerlo liberare dal doversi giustificare, dal doversi dimostrare, provare, dal rendersi degno. Lo sguardo della fede non è più condizionamento: lo sguardo della fede libera il suo oggetto, perché non gli chiede qualcosa, non gli chiede un sovrappiù oltre a se stesso per credere alla sua realtà. Ci crede e basta. La fede è quindi un atto ingiustificato che crede a qualcosa di ingiustificato. Che vuol dire: la fede è un atto libero che crede in qualcosa di libero.
E lo sguardo della fede è lo stesso dello sguardo artistico, dello sguardo fine a se stesso: lo sguardo dell’arte, il giudizio estetico kantiano, libera la cosa perché la vede in modo fine a se stesso, finito, compiuto, autotelico. La cosa d’arte è una cosa ingiustificata, e noi come fruitori diamo il consenso a un ingiustificato, e invece che deriderlo come ridicolo, come faremmo nella vita quotidiana, della necessità, dell’utile, consideriamo questa cosa inutile in se stessa molto seriamente, seriamente come la serietà dei bambini nel gioco, che è la serietà più intensa e assieme la più autentica. (Callois; Bataille). È in questo senso che la fede rimette i debiti: non chiede più niente, non chiede quello che si dovrebbe chiedere. In questo senso libera il suo oggetto. Il guardato è liberato dal suo debito nei confronti di colui che guarda, l’uomo osservato è dispensato dal comportarsi nei confronti dell’uomo che lo osserva.
Trovare la libertà si può intendere quindi anche come liberare se stessi per mezzo della fede, fede in se stessi e negli altri. La fede ha già fede nell’oggetto, prima che questi si giustifichi e si sia reso degno di fede. È interessante il fatto che la mia salvezza riposa sia nelle mie mani che in quelle dell’altro, nel senso: io devo avere fede in me stesso e in quell’altro, e quell’altro deve avere fede in me e in se stesso. Altrimenti, non ci si libera, non ci si salva. Solo nell’altro stanno le mie speranze di salvezza. È solo l’altro che mi può dispensare dal debito: se io stessi ipoteticamente da solo, non potrei mai estinguerlo, perché il debito è la mia stessa presenza al mondo.
Quindi trovare qualcosa che si aveva prima di cercare, trovare ciò che si ha già.
Trovare la libertà è la svolta di una vita che smette di concepirsi come schiava, imbarazzata e inizia a concepirsi come vita trovata, sovrana, coraggiosa (nel senso del coraggio della fede, che crede senza le prove, che crede senza sapere dove va a finire; vedi fede-fiducia-sicurezza-soddisfazione).
Non più una vita in funzione, e quindi alienata; ma vita in se stessa. Non più vita mediata dalla vita futura, ma vita immediata.
Fermare il mondo, tacere, trascendere, rompere la serie a catena, l’ansia nervosa di giustificarsi, di sparire in un gesto utile, in un comportamento: fermarsi e pensare che io ero, vivevo anche prima di iniziare questa serie; cos’ero io prima di asservirmi, prima di iniziare a cercare di giustificarmi? Pensare a ciò che già sono.
Non più vita che fugge da sé, che si difende da sé, ma vita che non deve più nascondersi, vita salvata e vita liberata, nuda, vita impotente e inutile.
Una presenza libera è una presenza dispensata dall’essere comprovata, doppiata.

È chiaro che anche il discorso della premeditazione e del sistema chiuso-aperto, viaggio a piedi e in macchina, è da ricondurre al discorso dell’ingiustificato e della ricerca della necessità.

La ricerca della verità, e in ogni caso ogni ricerca è una ricerca di necessitarsi, farsi sempre più necessario, di sostituire il giustificato all’ingiustificato. L’uomo vuole la verità, l’essere, Dio, l’Aleph..quel punto necessario dal quale tutto possa finalmente essere pietrificato, necessario, morto. L’uomo ha già la verità, l’oggetto della ricerca: l’uomo cerca sé libero, che è nello stesso tempo cercare sé dopo aver trovato la necessità e cercare sé prima di aver iniziato a cercare. (escatologia/ protologia di Pareyson). Io cerco l’io che dirà l’ultima parola, come quell’io che l’ha già detta.
Anche la ricerca dell’istante, dell’ultima parola per esaurirsi, sono ricerca di necessità: l’unica conquista possibile è una conquista di ciò che si ha prima di conquistare; è la libertà che è stata soffocata dalla ricerca della necessità.

La magia della casualità

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:49

L’uomo vuole trasformarsi in una cosa, in un burattino, nella misura in cui non vuole essere responsabile, non vuole essere ciò che fa.
Egli non può reggere il peso della responsabilità (responsabilità=rispondere di sé. Rispondere è qua proprio nel senso di giustificare. L’uomo maturo deve essere responsabile, deve giustificarsi, non già di un atto particolare, ma generalmente, a priori. In questo senso responsabilità è il dover essere identico a sé stesso, il mondo dell’essere, del serio, unidimensionale, irriducibile). O meglio, può reggerlo, ma solo a patto di rinunciare alla sua felicità, al suo sentirsi libero, perché quando si ha questo peso, ci si sente oppressi dal doversi giustificare—appunto, dover rispondere di sé.
(l’uomo deve rispondere di tutto—allora escogita i pretesti, le situazioni per “far passare” le cose nuove di fronte alla sua comunità. Ad es. il matrimonio per rispondere, per dar ragione dell’atto dello stare insieme con un altro).
Da qui si spiega quell’amore per la casualità, per la coincidenza, per l’impersonale, ciò che accade senza che io lo voglia; la maggiore bellezza della casualità, della sorpresa, rispetto a ciò che è voluto, rispetto al previsto.
Il burattino, la necessità, l’impersonalità difende l’uomo dalla responsabilità di sé, lo esime dal rispondere di sé, perché non si è responsabili di ciò che non si è voluto, non si è responsabili quando non si è scelta liberamente la cosa. “Io non volevo, ma è successo”, oppure la differenza che c’è fra iniziare a parlare con una donna, provarci, rispetto alla magia dell’incontro dettato dal caso, dalle circostanze che spingono due persone insieme. La stessa cosa succede con tutti i pretesti dell’uomo per “scusare” le cose, per esempio per vedersi con una persona si cerca di trovare un pretesto (andare a ballare, giocare a qualcosa, il compleanno, il natale…”hai visto cosa fanno al tal locale? Cogliamo l’occasione”—non sono io, è il locale che sembra il motivo determinante del mio desiderio). È modestia, queste cose sono anche i complimenti.
Il volere è raro senza scusanti, senza giustificazioni, è raro il volere per il volere; questo c’è solo nelle situazioni salve, liberate, come l’amicizia o l’amore. Com’è che si salva una cosa? Con la differenza, che la libera. Una cosa si salva quando la si prende in modo ironico, con rispetto, quando la si differenzia. Salvare una cosa è preservarla, come gli ambientalisti che preservano le specie in via d’estinzione; avere cura di una cosa è preservare, rispettare la sua differenza, come si preserva quella peculiarità che è una specie animale, o un tipo di fiore. È simile al preservare anche le culture locali, rispettare il locale, contro il processo della globalizzazione. Salvare una cosa è differenziarla, non avere vergogna della sua differenza.
Questo giustificare la volontà è sempre una forma di negarsi, un risparmiarsi, un dire “Non è che ti voglio vedere perché ti voglio vedere, ma perché c’è quest’occasione.” È una forma di nascondimento di sé.

Tutte le forme di differenza (il gioco, l’arte, l’ironia…) comprano il prezzo della licenza, della libertà con la differenza, con lo sdoppiamento del mondo; di conseguenza, sono liberate dal modo normale con cui si paga, che è l’impersonalità, la giustificazione che scusi.
La differenza, il secondo mondo è l’invenzione di sana pianta di una scusante, di categorie scusate (lui può, è un artista; si può, siamo in un gioco; stava solo scherzando; lui può, è un bambino—cercare tutte le categorie salve), liberate dall’obbligo della responsabilità, del dover rispondere, del doversi motivare sempre e a priori.

È poi sempre la stessa storia, è come nell’erotismo: il presentare la volontà in modo impersonale è un modo di presentarsi concedendosi e risparmiandosi allo stesso tempo; è il risparmiarsi negativo, quello che non è autentico ma è costruito. È il risparmiarsi di chi vuole sembrare indipendente ostentando indifferenza; di chi vuole apparire libero, ma in quanto vuole apparire, non lo è.

Specchio e trasformatore, riflesso e azione

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:20

Si è tesi quando si pensa a sé invece di ascoltare; si vuole possedersi, si vuole giustificarsi, e si pensa a cosa fare e cosa dire. Come giustificare la mia presenza in questa circostanza? Più la tensione e il peso dell’ingiustificato crescono, più mi viene da pensare che la cosa da fare è temporeggiare, che significa: anche se non farei nulla in questo momento, mi devo giustificare, quindi faccio qualcosa solo per farlo.
Si produce allora il gesto o l’azione riflessa; la chiamo riflessa appunto perché è unicamente una reazione in realtà, e non un’azione.
Non è un caso che il riflesso ci rimandi all’immagine dello specchio; la cosa che mi giustifica maggiormente agli occhi dell’altro è il diventare il suo specchio, continuare a rispondere puntualmente quello che vuole sentirsi dire (il sì continuo). Annichilirsi nel ruolo di spalla, di parassita che agisce re-agendo le azioni dell’Altro.
Assunto che l’energia non può derivarmi se non dall’esterno, io posso essere specchio e riflettere questa energia, oppure trasformatore; in questo caso accoglierò l’energia in me stesso e la trasformerò producendo un’autentica azione, un’autentica risposta (che può anche non esserci materialmente, anzi molte volte per essere autentici non bisogna rispondere; ma come è ovvio, anche e soprattutto il silenzio è risposta).
L’energia arriva sì sempre dall’Altro, mai si origina da me, però io posso essere in un certo modo creatore appoggiandomi al materiale (energia) che mi è fornito dall’esterno; accogliendo questo materiale io ho così la forza che posso utilizzare come credo, per produrre la mia azione, libera e originale, che diventa così creata.  Posso invece diventare mera superficie riflettente, rigida, chiusa; chiudendomi faccio semplicemente rimbalzare l’energia, senza intervenire, senza agire alcunché; ma semplicemente reagisco, rifletto, sono specchio.
Perché divento specchio? Sia perché ho paura dell’energia, sia perché sono orgoglioso, sono due facce della stessa medaglia.
Accogliere l’energia significa prima di tutto ascoltare, credere davvero all’Altro, essere posseduto da lui. Si capisce quindi in che senso l’orgoglio mi chiuda; per ascoltare, per essere posseduto, ci vuole ogni volta un atto di umiltà. Accogliere l’energia è semplicemente ascoltare, guardare, esserci, stare attento: e l’attenzione, quella autentica, è un essere posseduto dall’Altro.
Ho detto “semplicemente”, ma tutto ciò non è facile e banale quanto sembra: quasi mai ascoltiamo, quasi mai siamo davvero attenti, perché il nostro Io offusca, ostruisce il canale attraverso cui dovrebbe passare l’energia.
Mentre l’Altro parla, non lo sto ascoltando, non ci sono: in realtà sono in me, sto cercando di trovare un riflesso buono perché egli creda che sto ascoltando.
L’attenzione, in quanto è (dovrebbe) essere un completo essere posseduti, è l’atto di umiltà primario, l’atto di più grande umiltà nei confronti dell’Altro.
Per ascoltare la voce di un altro devo far tacere la mia, non devo più mirare a possedere (l’altro e me stesso) ma devo semplicemente zittirmi, ridurmi al silenzio, ed essere posseduto.
La paura è l’altra faccia di questo orgoglio, la sua controparte, il sentimento che sempre l’accompagna: essere posseduti significa in un certo senso una piccola morte, seppur momentanea, o almeno il rischio della morte. Non posso sapere dove mi farà approdare il mio farmi possedere dall’Altro. Ogni volta che ascolto, che sto attento, in quanto credo, ho fede nell’Altro, sono irrimediabilmente mutato; l’accogliere nuova energia in me mi fa sempre cambiare. Avere paura è appunto avere paura di questa piccola morte, di questo rischio di ritrovarsi cambiato, di trasformarsi. Prima di poter trasformare l’energia, devo in una certa misura farmi trasformare da essa. Vecchio è colui che ascolta solo più sé, che non si trasforma più per paura e irrigidimento nell’orgoglio, diventando mera superficie riflettente, chiusa alla vita e allo scambio del reale.
Dunque dall’orgoglio, che produce la volontà di essere sempre lo stesso (irrigidirsi) deriva la paura del trasformarsi; la paura del trasformarsi, nel suo timore di farsi possedere, fugge nell’opposto, cercando di possedersi il più possibile: e quale modo migliore di possedersi se non irrigidirsi, conservarsi, essere sempre lo stesso, cioè quella volontà prodotta dall’orgoglio? Questo mostra come questi due sintomi siano tutt’uno, l’uno il risvolto dell’altro.
Questi due sono però solo sintomi dell’io, dell’identità individuale, che come detto sopra ostruisce l’ascolto, il credere all’altro, che è prima di tutto aver fede nella sua esistenza, prima di tutto un rendersi conto, un attenzione per l’altro. Il concetto di amore è stato associato non a caso dalla tradizione cristiana al concetto di fede e del credere; amore è il grado più alto di attenzione, che implica tutti i gradi precedenti (attenzione, credere) e li supera nella realizzazione del completo essere posseduto, dell’accogliere più energia possibile e quindi del conseguente disporre e dare più energia possibile.
Il discorso ha legami anche con il pensiero taoistico; il concetto fondamentale di elasticità in opposizione all’irrigidirsi lo si ritrova lì in molte metafore naturalistiche (giunco che si piega al vento e così non si rompe, acqua che scorre e si adatta cambiando continuamente alla superficie in cui fluisce…); l’energia è chiamata la via, il Tao, o la forza.
Il saggio è colui che è capace di trasformarsi, è elastico, e grazie a questa elasticità può assecondare la Via.
(o anche in un certo filone teatrale, dove l’attore deve ascoltare, dove perché sia realistica la rappresentazione egli deve credere a ciò che gli dice l’altro, credere che non sia finzione ma sia vero; altrimenti produce movimenti vuoti, che lo spettatore nota chiaramente essere fittizi, e nello spettacolo non c’è più nulla di vivo. Sono questi i riflessi di cui parlo)
L’energia che l’Altro mi da agisce su di me anche come provocazione, provocazione che richiede o un umiliazione o un riflesso orgoglioso. È provocazione nel senso che mi fa notare la mia impotenza, la mia incapacità di vivere senza.
Analizzare il processo nel riso (tensione comica, ironia, ma anche riso come riflesso)….

Passaggio: dal concetto di irrigidimento, si passa al concetto di rifugio nella medietà per l’orgoglio e la paura nei confronti della trasformazione; il rifugio nella medierà acquista il carattere, lo spirito del serio, del trattenuto, del completamente giustificato, di chi abbozza sempre e comunque, di chi risponde a tutto, del preparato, del duro. Non si mostra mai l’effetto delle parole dell’altro su di noi, si mostra il meno possibile il sentimento: si ragiona solo sulle parole, e non sulle emozioni che queste producono; si separa ciò che ci arriva unito, e cioè significato delle parole dell’altro e emozione che producono in me; l’emozione si tiene dentro, e si abbozza un significato che possa giustificare, che possa mantenermi sufficientemente serio, medio, duro (blocco del corpo—vedi serrare le mascelle, ecc…–:  è il più emblematico, il controllo severo del corpo, perché il corpo è ciò che più esprime le emozioni, il corpo (sòma) è il veicolo che gestisce il patito, il ricevuto, e si trasforma incoscientemente—il corpo è lo strumento della trasformazione, il veicolo dell’essere posseduti, come il bambino che imita il sorriso della madre; quello non è specchio, è vera trasformazione, è il corpo aperto, slegato– come quando nei bambini è incontrollato, scatenato; questo sdoppiamento discorso-oralità e emozione-corporalità è lo stesso dualismo anima-corpo, la dis-grazia), praticamente sempre o il modo in cui qualcosa viene detto o il significato stesso ci fa provare delle emozioni forti: ma queste si nascondono sempre, soprattutto quelle negative, soprattutto il dolore. Ma anche la gioia, l’entusiasmo eccessivo.
Ecco che io posso anche ascoltare, ricevere l’energia dell’altro e dato che questa energia è molto forte e per trasformarla dovrei produrre un atto altrettanto forte, per la vergogna e il rifugio nel serio, nella medietà trattengo questa energia (ecco perché il serio si può chiamare anche trattenuto) e agisco da automa, in modo che non si noti quanto sono posseduto dall’altro. È la vergogna dell’umiliazione, la vergogna dell’essere posseduti, l’orgoglio del volersi sempre possedere, del non cedere mai (non abbandonarsi—vedi pace e verità nell’abbandono della volontà; vera accettazione dell’attimo). Questa energia viene trattenuta e si cerca quindi di scaricarla a piccole dosi in altri modi, sublimandola, per usare un lessico psicoanalitico.
La mia immagine, come cioè mi vede l’altro, è come quella di un uomo specchio, nel quale però si nota una tensione interiore, una dis-grazia, la goffaggine del conflitto all’interno, che genera un conflitto fra interno ed esterno. Il trattenuto ascolta l’altro, ma non agisce per vergogna, per paura di discostarsi dal medio, dal serio, per paura di non possedersi. Alla radice del problema ci sono sempre paura e orgoglio, ma nell’uomo specchio non c’è ascolto e accoglienza di energia, mentre nel trattenuto sì. Nell’uomo specchio il problema è il non ascoltare, mentre nell’uomo trattenuto il problema è l’aver paura di trasformare l’energia, di agire. Nel primo caso l’Io ostruisce l’entrata dell’energia, nel secondo blocca l’uscita. L’uomo specchio riflette, l’uomo trasformatore agisce, l’uomo trattenuto trattiene, cioè assorbe solamente l’energia, sta solo a guardare, si potrebbe chiamare spettatore.

L’uomo specchio è davvero indifferente, chiuso; il trattenuto invece mente, è il tipo mediano, in lui c’è un conflitto fra ciò che è, un uomo trasformatore, che accoglie l’energia, e ciò che si sente di volere e dover essere, cioè l’uomo specchio, l’indifferenza e la dura rigidità del serio, del sempre mediocre, dell’immediato riflettere, far rimbalzare tutto su di sé come se niente fosse, sembrare pronto a tutto.
È come se bisognasse tenere un perfetto stato da uomo da salotto, uomo da conversazione; infatti l’ironia negativa, il tono ironico medio tipico del salotto, serve a rendere sopportabile il serio, perché diventi leggero, perché non sia mai espressione di vera energia, perché non si esca mai dai binari.