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La seconda possibilità

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 13:26

Cristo sdoppia il mondo in terra e cielo, crea una differenza, un intervallo (trascendenza) per liberare questo mondo per mezzo dell’altro, allo stesso modo che con lo sdoppiamento ironico si libera il mondo dell’essere mediante il mondo del fare. Totale immanenza= mondo pieno= identità= costrizione, necessità (Spinoza); immanenza/trascendenza= mondo intervallato= differenza (Cristo). Ecco il ponte fra il movimento religioso ed il movimento ironico: il fatto di sdoppiare il mondo, e mediante lo sdoppiamento liberarli entrambi. Ironia di Cristo: questo mondo non è tutta la verità, anzi, la verità sta altrove, Io sono altrove (cieli).

Il fatto che l’essere si dia temporalmente è uguale a dire che l’essere è libertà. L’equazione tripartita è: Essere=tempo=libertà. C’è la stesso sdoppiamento ironico anche nel tempo: non è tutto qui, io non sono tutto qui, non sono finito, io sono anche dopo (altrove).

Questa è la differenza fra la realtà che rimane dialettica e la realtà conciliata, identificata, indifferenziata: la dialettica che ha successo è quella del movimento ironico, cioè che mantiene l’ambiguità; quella che è identità, o è dialettica fittizia, è quella che non permette il movimento ironico.
Bisogna che ci sia la possibilità di fuga, la via di fuga, la seconda possibilità perché ci sia un autentico sdoppiamento ironico, e quindi perché ci sia la libertà. L’essere fugge letteralmente, come una donna che scherza con un uomo cercando di sedurlo: e lo scherzo della seduzione implica quel concedersi senza concedersi totalmente, la stessa cosa che fa l’essere dandosi temporalmente. Anche il presente, non è l’unico tempo che esiste: il presente è realtà vera, concreta quando è unione di presente e non presente (passato e futuro), ora e non ora, mantenuti dialetticamente, non soppressi come verrebbe in mente per esempio nel concetto di eternità inteso come a-temporalità.

Ermeneutica e erotismo

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 13:22

Quando io provo desiderio, la cosa si libera dal resto (da quello che si configura come resto solo tramite l’emancipazione della cosa). Questa percezione dello svincolarsi della cosa dal resto rompe il mio equilibrio percettivo, e mi crea un impulso a ristabilirlo, quindi a ricacciare quella cosa nella schiavitù dello sfondo. La voglio consumare perché è un mistero; la sua libertà, l’atto con cui si è emancipata dall’anonimato dello sfondo, mi getta nell’angoscia dolce, erotica della libertà.
Quando una cosa si libera dal resto è come se si svestisse: la cosa astratta, liberata è la cosa nuda, spogliata dal resto. È come nella scollatura: per suscitare desiderio, curiosità, la cosa deve essere nel mezzo, deve essere un po’ vestita (dello sfondo) e un po’ libera, nuda.

Il fatto stesso che la verità si dia in modo ermeneutico, cioè inesauribilmente, implica che si conceda sempre negandosi, non concedendosi mai definitivamente: ecco che si ha nei confronti della verità un desiderio erotico. Tutto il discorso esistenzialista dell’essere che non si dà, che non si oggettiva completamente, però parzialmente sì…è un discorso erotico. 

Il desiderio è pensare liberamente a una cosa (fede, fine a se stesso). Infatti è un prenderla come fine; fine—limite. Il desiderio è la profondità del mondo che si curva, che si piega su una cosa singola. Questa cosa singola si pone come da dispiegare, e si pone come punto di fuga della realtà.

Giustificarsi, necessitarsi sono una forma di sparizione. Di identità, di metamorfosi nell’altro. Non si vede la differenza, quindi non c’è libertà.

Differenziarsi è liberarsi: “lui può, è diverso”. La differenza è la licenza ironica, di poter fare senza essere.

La magia della casualità

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:49

L’uomo vuole trasformarsi in una cosa, in un burattino, nella misura in cui non vuole essere responsabile, non vuole essere ciò che fa.
Egli non può reggere il peso della responsabilità (responsabilità=rispondere di sé. Rispondere è qua proprio nel senso di giustificare. L’uomo maturo deve essere responsabile, deve giustificarsi, non già di un atto particolare, ma generalmente, a priori. In questo senso responsabilità è il dover essere identico a sé stesso, il mondo dell’essere, del serio, unidimensionale, irriducibile). O meglio, può reggerlo, ma solo a patto di rinunciare alla sua felicità, al suo sentirsi libero, perché quando si ha questo peso, ci si sente oppressi dal doversi giustificare—appunto, dover rispondere di sé.
(l’uomo deve rispondere di tutto—allora escogita i pretesti, le situazioni per “far passare” le cose nuove di fronte alla sua comunità. Ad es. il matrimonio per rispondere, per dar ragione dell’atto dello stare insieme con un altro).
Da qui si spiega quell’amore per la casualità, per la coincidenza, per l’impersonale, ciò che accade senza che io lo voglia; la maggiore bellezza della casualità, della sorpresa, rispetto a ciò che è voluto, rispetto al previsto.
Il burattino, la necessità, l’impersonalità difende l’uomo dalla responsabilità di sé, lo esime dal rispondere di sé, perché non si è responsabili di ciò che non si è voluto, non si è responsabili quando non si è scelta liberamente la cosa. “Io non volevo, ma è successo”, oppure la differenza che c’è fra iniziare a parlare con una donna, provarci, rispetto alla magia dell’incontro dettato dal caso, dalle circostanze che spingono due persone insieme. La stessa cosa succede con tutti i pretesti dell’uomo per “scusare” le cose, per esempio per vedersi con una persona si cerca di trovare un pretesto (andare a ballare, giocare a qualcosa, il compleanno, il natale…”hai visto cosa fanno al tal locale? Cogliamo l’occasione”—non sono io, è il locale che sembra il motivo determinante del mio desiderio). È modestia, queste cose sono anche i complimenti.
Il volere è raro senza scusanti, senza giustificazioni, è raro il volere per il volere; questo c’è solo nelle situazioni salve, liberate, come l’amicizia o l’amore. Com’è che si salva una cosa? Con la differenza, che la libera. Una cosa si salva quando la si prende in modo ironico, con rispetto, quando la si differenzia. Salvare una cosa è preservarla, come gli ambientalisti che preservano le specie in via d’estinzione; avere cura di una cosa è preservare, rispettare la sua differenza, come si preserva quella peculiarità che è una specie animale, o un tipo di fiore. È simile al preservare anche le culture locali, rispettare il locale, contro il processo della globalizzazione. Salvare una cosa è differenziarla, non avere vergogna della sua differenza.
Questo giustificare la volontà è sempre una forma di negarsi, un risparmiarsi, un dire “Non è che ti voglio vedere perché ti voglio vedere, ma perché c’è quest’occasione.” È una forma di nascondimento di sé.

Tutte le forme di differenza (il gioco, l’arte, l’ironia…) comprano il prezzo della licenza, della libertà con la differenza, con lo sdoppiamento del mondo; di conseguenza, sono liberate dal modo normale con cui si paga, che è l’impersonalità, la giustificazione che scusi.
La differenza, il secondo mondo è l’invenzione di sana pianta di una scusante, di categorie scusate (lui può, è un artista; si può, siamo in un gioco; stava solo scherzando; lui può, è un bambino—cercare tutte le categorie salve), liberate dall’obbligo della responsabilità, del dover rispondere, del doversi motivare sempre e a priori.

È poi sempre la stessa storia, è come nell’erotismo: il presentare la volontà in modo impersonale è un modo di presentarsi concedendosi e risparmiandosi allo stesso tempo; è il risparmiarsi negativo, quello che non è autentico ma è costruito. È il risparmiarsi di chi vuole sembrare indipendente ostentando indifferenza; di chi vuole apparire libero, ma in quanto vuole apparire, non lo è.

Vivere intanto

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:38

Vivere intanto= presente in funzione, schiavo del futuro.

Esplorare il concetto di facciata intesa come maschera. La chiamo facciata invece di maschera perché il termine maschera ha oggi un connotato negativo, mentre le mie intenzioni sono quelle di epurarla da questa connotazione negativa.
Il discorso è che le cose si danno solo in termini di facciate, che vuol dire anche pieghe, e questo non è negativo o positivo, è quello che è.
La facciata è ciò che si dà e assieme non si dà, che si concede ma nello stesso tempo si risparmia. Il dire che ciò che vedo è facciata, vuol dire che ciò che vedo si dà ma non completamente, cioè si concede e si risparmia nello stesso tempo, o meglio, il suo concedersi è anche il suo risparmiarsi. Il fatto è che dipende dal modo in cui guardiamo una cosa il considerarla come cosa che si concede o come cosa che si risparmia. La concessione e il risparmio della cosa sono due astrazioni, due punti di vista parziali dettati da una considerazione prospettivistica della cosa. Quello che è reale è solo la cosa come facciata, cioè come unione di concedersi e risparmiarsi. Più precisamente, il risparmiarsi è l’aspetto temporale-dinamico della cosa, se si vuole la potenza della cosa. Il concedersi invece è l’aspetto atemporale-statico, l’atto della cosa. Una cosa è sempre insieme atto e potenza, nella misura in cui diviene, cioè è ma è anche quello che non è, cioè è e nello stesso tempo può (esattamente il gioco di parole di Cusano, quando dice che l’essere delle cose è il possest). Il possest è la cosa che è, in quanto si concede, e assieme che può, in quanto si risparmia, nel medesimo attimo e in tutti gli attimi dell’esistenza dell’uomo.
(c’è qui anche il solito discorso che niente si risparmierebbe se qualcosa non si concedesse; la coincidenza delle due dimensioni è data dall’interdipendenza, dall’interrelatività dei termini: senza concessione non c’è risparmio, e senza risparmio non c’è concessione—per spiegare ques’ultimo vedi in Pareyson il discorso sull’essere che è essere solo perché è inesauribile: essere è il nome che si dà all’inoggettivabile; l’essere infatti è inoggettivabile in quanto è tempo, quindi in quanto non finisce mai; il fatto che le cose esistano vuol dire che non sono finite). 

Ricongiungere la vita scissa, disgraziata, il vivere e il vivere intanto. Ecco perché il quotidiano è così legato al lavoro, perché è la necessità di guadagnarmi da vivere, cioè la necessità di risparmiarmi per il futuro, che mi fa vivere intanto. Vivere intanto è il vivere in funzione del Vivere (con la maiuscola si intende il vivere in cui si è ottenuta la licenza di esaurirsi—ponte di collegamento fra questo discorso e il discorso sul giustificato: il Vivere è il vivere giustificato; l’ingiustificato si risparmia, il giustificato si può esaurire). (per es. intanto che si pensa a come vivere bisogna vivere).
Oppure: aspetto di decidere, ma mentre aspetto devo vivere intanto.
Il vivere intanto implica già il risparmiarsi, fa tutt’uno con esso. Vivere intanto è aspettare di Vivere, risparmiare la Vita. È vivere aspettando di Vivere.

C’è una vita nella Vita. C’è la vita che si cerca di vivere, e la vita che si vive intanto che non si è trovato come.
È come se fosse una conversazione continuamente interrotta: cerco come vivere, poi devo vivere intanto che cerco (interruzione della Vita prodotta dalla vita). Questo “intanto” è l’abbandonarsi all’anonimato, al quotidiano. Questa visione implica la convinzione che si possa riscattare la Vita per mezzo della vita, lo straordinario per mezzo del quotidiano, ma questo non avviene, perché si finisce per risparmiare sempre, e non ci si vuole mai esaurire.