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Libertà, Differenza, Combustione (seconda parte)

In Filosofia on 10 Aprile 2009 at 13:35

Ma il fuoco non viene nemmeno solamente dal vuoto. Viene anche dal combustibile, dalla materia piena. Il fuoco è mistero, il fuoco scaturisce. Il fuoco è così efficace come metafora del vivente perchè è movimento, ed è il prodursi dell’energia; l’energia, anche nelle cellule, si produce col bruciare la materia. La scintilla è sempre scoppio. Se pensiamo che la scienza ci dice che il nostro universo è nato da uno scoppio, il fuoco diventa una metafora cosmica. Gli esseri viventi sono esseri portatori del fuoco, che custodiscono il fuoco dentro di loro grazie alla loro natura cava.
Questo bruciare ciò che arriva da fuori è trasformare il dato, morto e necessario, in energia, quindi in potenzialità, in libertà.
L’energia che è prodotta dalla combustione è libertà solo se c’è un soggetto cavo che la custodisce, se cioè c’è qualcosa che sa e può usarla. L’energia è solo la materia della libertà. Quindi l’organismo vitale è un trasformatore che prende il morto, il necessario, ciò che è pieno, costretto e lo scompone; da questa scomposizione ricava libertà, energia, potenza.
Il vivente è una forza che trasforma la necessità in libertà, mediante la combustione. Ecco perchè i termini linguistici associano spesso la combustione con la liberazione (catarsi, purificazione-da pùr, fuoco). Ora, la combustione interna del vivente cos’è se non un negare interno ad un identità esteriore che si mantiene?
Nel dividere la materia si libera l’energia: in questo c’è tutto (scissione dell’atomo). Ecco che non c’è libertà senza forza, e non c’è forza senza libertà. Nel senso che la forza, l’energia, nasce da una liberazione, una scissione di ciò che era identico, da una creazione di un intervallo: dalla creazione di una differenza. Ma anche la libertà non è reale senza la forza, cioè senza la possibilità, senza la materia necessaria ad esercitare la libertà. Insomma, la differenza è la mera esistenza della possibilità, ed è quindi l’aspetto formale della libertà. Mentre invece la forza è la “possibilità di cogliere la possibilità”, l’aspetto materiale della libertà, che altrimenti sarebbe mero arbitrio. Lo stesso discorso per la definizione di movimento: nella nozione di movimento sono tutt’uno il vuoto, lo spazio necessario al movimento, e la forza che mi permette di spostarmi. Dire movimento implica l’esistenza di uno spazio e di una forza.
Tornando al piano della distinzione mondo dell’essere/mondo del fare, vediamo che quando si produce la differenza del mondo del fare, ne consegue la sua libertà; ma con questo si libera anche il mondo dell’essere. Il fatto è che con la differenza si è creato un intervallo, cioè uno spazio entro il quale ci si può muovere. Io sono libero perchè dico: “Io non sono ciò che sto facendo”; c’è un intervallo fra ciò che faccio e ciò che sono. E’ precisamente questo divario (che è un divario nell’unità, perchè sono io che faccio e io che sono) lo spazio che utilizza il movimento ironico.
Questo è dato dal fatto che quando io faccio, comunque continuo ad essere. Grazie al fatto che in quel momento io sono anche quello che non sono, nel senso che sono anche quello che non sto facendo, l’esistenza di questo divario mi permette di essere libero, cioè di liberarmi dall’essere identico al mio essere; e liberarsi dall’identità vuol dire creare una differenza.

Essere e fare

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 13:40

È la differenza che dona la libertà. Io posso fare arte, teatro: sono libero di essere pazzo, di fare il buffone perché sono in quell’ambito, cioè perché ho posto una differenza, che è stata riconosciuta da tutti (senza questo riconoscimento non vi è arte, né differenza vera e propria: si resta dei meri buffoni).
Se non si pone, o non è chiara per tutti, riconosciuta, la differenza, io sono un pazzo, non lo faccio. È appunto la differenza fra il fare il pazzo, cioè recitarlo, ed esserlo.
Da qui sembrerebbe che l’essere di qualcosa emerga in negativo: togliendo ciò che si fa, rimane ciò che si è. Che vuol dire: togliendo la differenza, rimane l’indifferenziato, cioè la piena coincidenza di ciò che si fa con ciò che si è. Infatti, ogni volta che si dice fare nel senso di recitare, è sottointeso che ciò che si fa non si è.
Si potrebbe dedurre negativamente invece il fare dall’essere? No, perché il fare è la differenza stessa, mentre l’essere è l’identità; quindi l’essere è ciò che rimane, mentre il fare si costituisce come fare, quindi come differenza, solo in relazione all’essere che rimane, all’identità che si mantiene. Infatti l’essere è indifferenziato, è identità.
Quindi ora bisogna porre questa domanda: perché quando si fa si è liberi di fare tutto, mentre quando si è no? In quest’ottica il fare sembra la liberazione dall’essere. Il fare è innanzitutto un movimento, e precisamente è sempre un movimento di duplicazione: nel fare si sdoppia il mondo, in mondo che fa e in mondo che è.
È questa la differenza: l’introduzione di una differenza, raddoppia il mondo. L’esistenza di due mondi fa sì che il mondo del fare si possa liberare del mondo dell’essere, precisamente per il senso che questo viene ad acquisire di seconda possibilità, di mondo di riserva. L’essere è appunto il mondo generalissimo, il mondo che rimane, il mondo irriducibile. Il mondo del fare è invece riducibile, riducibile proprio a quello dell’essere. La consapevolezza che quest’atto che sto facendo non coinciderà con la mia essenza lo libera da un peso. Questo peso è il peso che opprime il mondo dell’essere: ed è il peso dell’irriducibilità, dell’irrimediabilità, dell’incontrovertibilità, in parole povere l’inesistenza di una seconda possibilità, di un ulteriore mondo disponibile.
Il mondo dell’essere è il mondo serio, mentre quello del fare è il mondo ironico.
L’invenzione dello sdoppiamento, di un essere separato dal fare, è propriamente il movimento ironico: io non sono quello che sto facendo. Questa è anche l’invenzione della libertà dell’uomo, un uomo che nel suo essere diventa indeducibile, e quindi libero. È un ragionamento perfettamente circolare: l’uomo è indeducibile perché è libero ed è libero perché è indeducibile.
Ora, indeducibile coincide con inesauribile. Il serio, il mondo dell’essere, è una realtà esausta. Il mondo del fare è invece una realtà inesausta. Quella dell’essere è l’ultima parola, una parola finita, mentre quella del fare è una parola che deve essere seguita, quindi una parola infinita. Ecco perché l’essere non si dà mai, perché la realtà è inesausta.

Ecco perché verso la stessa cosa a volte si può avere un atteggiamento tragico oppure ironico. Si ha un atteggiamento tragico quando ci si identifica con la cosa, cioè si è la cosa; si ha un atteggiamento ironico quando si pone una differenza fra me e la cosa, cioè quando non si è la cosa.
Ecco perché l’autoironia, il prendersi in giro, è l’atto di massima libertà, perché è libertà verso se stessi, libertà dal proprio essere. In quest’atto, non mi identifico nemmeno con me stesso.

Cosa differenzia l’assurdo da ciò che fa ridere? Cosa marca il confine dal comico, al grottesco fino al tragico? È che quando si ride si manifesta la differenza, l’intervallo fra me e l’oggetto delle risa. C’è un distacco, perché l’umorismo, quando non è scherno, quando non è derisione, che è un’altra forma mascherata, degradata dell’identificazione nella forma dell’odio (es. le risate a denti stretti, nervose: non sincere), è rispetto, non vuol dire altro che rispetto.
Nell’identificazione ci si esaurisce nell’oggetto, completamente, oppure si esaurisce l’oggetto in noi. L’identificazione è sempre immedesimazione, mimesi, metamorfosi. L’identificazione è diversa rispetto alla differenza perché nell’identificazione ci si scorda di sé e dell’Altro, mentre nella differenza invece si mantiene la dialettica Io/Altro. Nell’uno il sé si perde, nell’altro si mantiene, quindi la differenza è l’unico vero Aufheben; nella differenza infatti è implicita una somiglianza, altrimenti non si potrebbe dire che due cose sono differenti. Per essere differenti, due cose devono avere qualcosa in comune, almeno quella di essere parti nello stesso tutto, per esempio. Nell’identificarsi il soggetto è schiavo dell’oggetto, non c’è intervallo, c’è un Tutto-Oggetto, mentre nella differenza si mantiene la libertà di entrambi.
Le passioni prodotte dall’identificazione sono tutte unidimensionali, quindi piene, necessarie, irriducibili, uniche: sono il tragico-serio, l’odio, l’idolatria…
Quelle prodotte dalla differenza/rispetto sono tutte bidimensionali, quindi intervallate, libere, doppie: sono l’umorismo, l’amicizia, l’amore, il gioco, l’arte, la religione, la fede…

Economia: risparmiare o esaurire.
Davanti a ogni caso della vita, si pone all’uomo questo bivio: risparmiare o esaurire? Anche nei confronti di se stesso, l’uomo realizza un autoeconomia ogni volta che sceglie di esaurirsi o di risparmiarsi.
Risparmiare produce il resto, il sovrappiù, la differenza; si risparmia per esaurire. (es. lavare i piatti per poi sporcarli: il processo continua all’infinito).
Il bambino esaurisce le cose e se stesso. Esaurisce e si esaurisce, totalmente. Poi viene educato al risparmiare. E diventa un uomo maturo, che risparmia le cose e risparmia se stesso. È singolare che quando uno diventa maturo, dovrebbe voler dire che è venuto il momento buono, che si è pronti finalmente per esaurire le cose e se stessi, dopo che come allievo si è risparmiato così tanto. Ma evidentemente l’educazione non era una preparazione, non era un risparmiare con il fine dell’esaurirsi; era un’educazione al risparmio, al rinunciare a se stessi, perché chi esaurisce, se lo fa liberamente, è ingiustificato, è esposto. Chi si giustifica sparisce, si nega, si risparmia; risparmiandosi, ci si giustifica, perché non ci si differenzia, non si emerge dall’anonimato. Ci si risparmia quando si ha paura, quando si è nel mondo dell’essere, del serio-tragico. Bisogna nascondersi, negarsi. Così si rinnega se stesso. Chi si esaurisce invece porta fino in fondo (in questo senso esaurisce) la sua presenza ingiustificata, la sua differenza, spendendosi e concedendosi all’altro senza giustificarsi, quindi liberamente. Chi si spende è in questo senso coraggioso, nella misura in cui risparmiarsi è fuggire. Infatti qui non si parla di un esaurirsi nel senso di un terminarsi, definirsi una volta per tutte; si tratta di un esaurirsi non teoretico ma pratico, per così dire, nel senso che per esempio si dice tutto ciò che si ha da dire; o si fa ciò che si vuole fare, senza pensare che si potrà fare domani. Non è finire tutte le cose che devo fare in assoluto, per sempre, ma finirle per quel momento, per quel giorno. Esaurirsi in ogni momento. Il soggetto infatti è inesauribile solo perché è fatto a pieghe: e l’essere fatto a pieghe significa che si può finire di dispiegare una piega (dispiegare=esaurire), ma dopo ce ne sarà un’altra; se si pensa ogni piega come ogni atto, la metafora regge. In ogni atto ci si può esaurire, esaurendosi relativamente a quell’atto però, non assolutamente. Ma soprattutto esaurirsi in questo senso non è giustificarsi, non è l’azione-giustificante, non è una reazione. Con questo esaurirsi io chiamo l’azione autentica, nel senso dell’azione prodotta dal soggetto che si è identificato con la propria libertà, e ha quindi dissolto la propria identità nel senso di giustificazione in favore della presenza ingiustificata, del suo corpo libero che non agisce più per giustificarsi, per discolparsi, per riflesso, ma autenticamente, per volontà propria; non per realizzarsi, ma per liberarsi continuamente e liberare il mondo; insomma, per mantenere l’identità con se stesso in quanto libertà, che vuol dire mantenersi nell’aufheben in quanto differenza nell’identità che si mantiene, in una parola l’umorismo, il rispetto.

È l’uomo che si è identificato col suo fare e non con il suo essere, nel senso che non si identifica più; non si identifica più nel senso che si esaurisce nell’identificazione. Non ricerca più un’identificazione che lo scusi della sua presenza al mondo, ma ha annullato l’identificazione nell’identificarsi nella non-identità, nella differenza, che vale a dire nella libertà. Non è più essere, o meglio il suo essere è libertà (Io sono colui che voglio essere) perché il suo essere non si esaurisce in ciò che è, ma è anche ciò che non è. (cfr. Hegel)

Risparmiare è rinunciare, sublimare.
L’economia è come l’uomo gestisce se stesso.

Forse l’uomo può essere davvero giusto solamente se non è infelice.
La filosofia deve essere anche pragmatica nella misura in cui vuole parlare ad un uomo libero; per parlare ad un uomo libero, deve prima pensare concretamente a come liberarlo.

Il fatto è che non è tanto il divertissement pascaliano che fa dimenticare il reale, il presente, ma piuttosto la sparizione del presente ( e conseguentemente del soggetto—vedi sopra) prodotta dall’abitudine al risparmio. Il nostro è un presente risparmiato. Ma l’unico presente autentico è quello che si concepisce fine a se stesso, senza essere in funzione del futuro o determinato dal passato; fine a se stesso, che vuol dire che si esaurisce, continuamente; è questo che intendo con l’immagine della combustione del presente. Il presente è l’unico tempo che può essere libero, fine a se stesso; perché è l’unico tempo che è ingiustificato, sempre nuovo, presenza imprevista e mai completamente necessitata, dimostrata, dedotta.

Esplorare i legami fra erotismo e risparmio. (il negarsi=risparmiarsi che aumenta il desiderio—risparmiarsi è manifestazione di indipendenza; per questo colui che si risparmia sembra forte, bravo, figo; colui che si risparmia è infine l’ideale del duro?).

L’uomo è libero solamente se si possiede. E nel risparmio, l’uomo è posseduto da un’altra cosa, da un’astrazione. È quello che voleva dire Hegel con alienazione, o essere-fuori-di-sé. Finché l’uomo non possiede ciò che desidera, è posseduto da ciò che desidera. E il risparmio è un alienarsi volontario, un lasciarsi possedere.

PARADOSSO: il consumismo (consumare=esaurire) ha prodotto un uomo che si risparmia.

Si ritiene che l’uomo sia uomo in quanto risparmia. (Hegel-servo che sublima-risparmia il desiderio di esaurire, quindi si media). Risparmiarsi=negarsi.
In quanto il negarsi è negazione del presente in favore del futuro, è negazione della realtà, del concreto. Il concreto non si vive quindi. (per esempio, Hegel ha dovuto crearsi una fine fittizia del risparmiare—fine della storia—per potersi considerare un uomo esaurito, quindi libero). L’uomo che si esaurisce dopo il risparmio è un uomo che si ricongiunge con sé. L’uomo che si risparmia è un uomo che si aliena da sé, che si differisce nel tempo, che si congela per tempi migliori.

Il discorso sul risparmiarsi è questo: con risparmiarsi possono essere intesi due opposti: sia il negarsi perché si ha paura e in questo caso si ha il risparmiarsi come giustificazione, come sparizione, come nascondimento di sé (cfr. con necessità della premeditazione: allacciandosi a quel discorso, si capisce bene come si configura questo risparmiarsi “negativo”: il risparmiarsi negativo è l’andare in macchina, l’azione chiusa al mondo, il tunnel scavato nel mondo; l’andare a piedi è invece il concedersi, l’uomo che esaurisce la sua presenza nel darla tutta, completamente al mondo, nell’azione aperta perché il mondo possa entrare in essa).
Ma il risparmiarsi può anche essere inteso come risparmiarsi “positivo”, cioè come il liberarsi dall’esaurimento immediato, dall’esaurimento inteso non più come il non-celare la propria presenza ingiustificata, ma come soddisfazione di un desiderio. Il risparmio positivo è per esempio risparmio in funzione di accrescimento del piacere nell’esaurimento futuro (vd. Erotismo).
Per esempio, il fare nel senso del recitare può essere inteso come un risparmiarsi; qui si intende un risparmiarsi come non esaurirsi del mio essere, come differenza liberatrice, negare se stessi nel senso di chi dice “Io non sono ciò che sto facendo”.
Il problema è che la cosa si risparmia sempre, nel senso che è inesauribile, non può mai esaurirsi completamente, assolutamente, ma solo relativamente, parzialmente (vedi sopra). Però la cosa, in questo negarsi, non si nega completamente, altrimenti io non la percepirei nemmeno, non la desidererei. Perché una donna mi si possa negare, e negandosi accrescere quindi il mio desiderio per lei, per esempio, ha dovuto in qualche modo darsi, ha dovuto porsi in primo luogo, volente o nolente: ed è solo quando si concede però nello stesso tempo si risparmia (aufheben erotico) che il mio desiderio cresce maggiormente; se invece lei si fosse solo risparmiata, si fosse solo negata, non avrei voluto approfondire.

La curiosità, l’eccitazione nasce dalla parzialità, dall’intravedere: se non ci fosse il vestito, io non desidererei così tanto la nudità della donna; la scollatura è esattamente nel mezzo del seno, come la gonna più eccitante è alla metà delle gambe: l’erotismo, la curiosità e l’eccitazione stanno esattamente nel mezzo fra il concedersi e il risparmiarsi. È in questo senso che questo risparmiarsi è “positivo”, nel senso che non si nega per nascondere il sé, per annullarsi sotto la minaccia della paura di mostrare il mio sé ingiustificato; non nega totalmente, ma semplicemente si risparmia nel senso che non afferma totalmente. La differenza è sottile, ma è importantissima. Non afferma completamente, non si concede completamente: in una parola, è inesauribile. Il risparmiarsi negativo è la paura di esaurirsi, e quindi la rinuncia all’esaurirsi; mentre il risparmiarsi positivo è preso dal punto di vista dell’essere, che si risparmia sempre un po’, anche se io lo esaurisco e voglio esaurirlo. Del resto senza il continuo esaurirmi, senza il continuo concedermi, non avrei consapevolezza della mia inesauribilità, così come se non provo continuamente a possedere, ad esaurire le cose, non capirò mai che sono inesauribili. Si tratta solo di capire che anche se io e le cose siamo inesauribili, non vuol dire che non ci possiamo esaurire; si ritorna all’essere che si dà come piegato, ad angoli, curvato.
Siamo arrivati quindi al punto: il risparmiarsi positivo è una determinazione dell’essere, la sua inesauribilità, mentre invece il risparmiarsi negativo è un atteggiamento che può assumere l’io, che non è un non-concedersi ironico attuato liberamente come gioco, come fare, ma è un negarsi serio dettato necessariamente dalla paura dell’essere.
Infatti quando ci si risparmia nel presente in funzione dell’esaurimento futuro idealizzato non si pensa di risparmiarsi nel senso che lo si intende nel gioco, o nell’erotismo, non si risparmia nel senso che non ci si vuole concedere ironicamente, insomma; ma invece ci si risparmia per il sentimento opposto, per il peso della paura, per fuggire, per nascondersi. Chi si risparmia positivamente lo fa per liberarsi, per aprirsi, per uscire (ci si maschera per porre una differenza, quindi per liberarsi); chi invece si risparmia negativamente lo fa per nascondersi, per chiudersi, per annullarsi.
Infatti chi risparmia negativamente risparmia il presente costruendosi un fittizio momento futuro in cui “ci si potrà esaurire”, ma questa specie di licenza che gli darà il futuro è dettata dall’identificazione erronea presente=ingiustificato, colpevole, da giustificare e futuro=giustificato, salvo, libero. Questo è un risparmiarsi di chi è alla ricerca disperata di una giustificazione.
La differenza fondamentale è fra un risparmio che nega, che annulla il sé e uno che invece lo mantiene, che rispetta il sé (aufheben-porre la differenza mantenendo l’analogia fra fare ed essere). Come chi concepisce una verità che semplicemente si nega e quindi per noi potrebbe benissimo non essere, invece di concepire una verità che esiste, ma semplicemente non si può cogliere in modo oggettivo, definitivo, ma solo simbolicamente, cioè in una parzialità (Cusano-raggi del cerchio).
D’ora in poi quindi per chiarezza definirò “concedersi parzialmente” l’esaurirsi del risparmiarsi positivo, mentre invece intenderò con risparmiarsi il risparmiarsi negativo.

Libertà, differenza, combustione

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:43

La volontà di giustificazione è anche l’istinto totalizzante del pensiero umano (eguaglianza, contrappeso). L’ingiustificato è parziale, è squilibrato, sbilanciato, ed è come se rimanesse a metà; l’ingiustificato può infatti essere inteso anche come resto, come di più o come di meno. Il giustificato è sempre 0.
Ogni cosa, nel suo apparire, provoca uno squilibrio. È lo stesso presentarsi della cosa, il suo liberarsi dallo sfondo, dalla catena uniforme di fenomeni, che fa tutt’uno con la mia astrazione. Non ha molto senso chiedersi se sono io a liberare la cosa con il mio astrarre o la cosa si libera da sé nella sua configurazione: il fatto è che questa cosa avviene, succede, e lo esprimo in termini impersonali perché anche nel caso che fossi io a liberare la cosa non lo farei in modo conscio; il desiderio di una cosa mi viene, sicuramente non dalla mia volontà; al massimo avviene a causa mia ma nel senso di a causa del mio inconscio.
La cosa, in questo suo presentarsi, si astrae e si libera (per approfondire il discorso del darsi/liberarsi della cosa, continuare quello sulla facciata) dal contesto-sfondo-concreto, dall’essere-assieme-con, dal confondersi. Liberandosi, mi colpisce, perché si libera solo in quanto io le do spazio, in quanto io sono un vuoto che la accoglie (due mondi: fuori e dentro); la cosa trova spazio, via di fuga in me, e attraverso questo fuggire in me si libera dal pieno-costretto che la incatenava immobile allo sfondo. L’uomo si abitua gradualmente a non considerare le continue astrazioni che lo bombardano, specialmente nel mondo moderno (il troppo pieno di stimoli come una delle cause del risparmiarsi patologico).
Nel loro offrirsi le cose sono squilibrate, ingiustificate, astratte, sospese e quindi irrisolte, insolute. Il quotidiano, il normale è lo stesso sfondo, l’anonimo-uniforme, l’indifferenziato (punto da chiarificare). Ora, da questo sfondo si astraggono, si liberano delle cose (generalmente ciò che si libera è ciò che io desidero, ciò che mi eccita, che stimola la mia curiosità; mi attira perché è simile a me però non è esattamente me—aufheben—per esempio la donna per l’uomo; la donna è della stessa specie dell’uomo, però è differente da lui; è uguale e differente nello stesso tempo). Dire: identico e differente è ciò che si dovrebbe dire di ogni Altro; e questo concetto di identico-differente (aufheben) può costituire anche una definizione del concetto di libertà, nel senso di distinguerla dal puro arbitrio.
La libertà esce (proprio nel senso fisico dello scaturire) dall’essere differente, dalla differenza; perché la differenza è sempre una trascendenza, quindi è un abisso, un salto nel quale può aver luogo l’inesauribilità, il non-definitivo (che è l’impesabilità, l’irriducibilità di una cosa ad un’altra cosa).
Il dire: questa cosa è differente dall’altra, vuol dire che non è riducibile, non è esauribile, non è identificabile con l’altra.

È questo il resto, il sovrappiù della differenza (vedi il rapporto fra resto così concepito ed essenza nella concezione aristotelica—la peculiarità dell’individuo è il suo aspetto irriducibile), che uno vorrebbe sempre giustificare, quindi annullare.
Nei rapporti umani, il riconoscimento di questa irriducibilità si chiama rispetto. Il rispetto è esattamente il riconoscimento della differenza fra me e l’altro, con l’impegno di non chiedere all’altro di risolversi in me, di non voler ridurre l’altro a me. In questo senso, come non-chiedere-di-più, è molto vicino al concetto di fede (il chiedere qualcosa in più è esattamente la volontà di eliminare, di azzerare il resto che contraddistingue l’ingiustificato).
Qui c’è il discorso del possesso: possedere non è acquisire, nel senso di andare in positivo, ma è giustificare, azzerare, riportare all’equilibrio, al livello 0 qualcosa che mancava, che si era configurato come negativo, come sovrappiù nella sua astrazione dallo sfondo.
È quindi il nulla, il vuoto che permette la differenza e quindi la libertà.
Ciò che è pieno è necessariamente identico. Non vi è libertà dove non vi è vuoto, perché libertà è libertà di movimento, libertà è la via di fuga.
Ciò che invece ha dei vuoti, ha delle parti, è differente. Ed è solamente il vuoto che mi permette la libertà. Per capirlo, basta visualizzarci i due modi in cui si dà concretamente il vuoto: il vuoto spaziale e il vuoto temporale, che si riducono comunque ad un unico tipo.
È solo perché c’è del vuoto intorno a me che io posso muovermi, come solamente grazie a quel vuoto temporale che è il futuro io posso avere ancora tempo, che è la condizione per il mio agire, quindi per la mia libertà.
Essere circondato dal vuoto: ecco la mia libertà. Grazie al vuoto, io posso muovermi; del resto è semplice capire che senza vuoto io sarei tutto, sarei pieno. Questo equivale a dire che non c’è libertà senza possibilità; la libertà sconnessa dalla possibilità intesa come reale occasione, è mero arbitrio, è astrazione.
Anche biologicamente, non vi è vita nelle cose piene. Dentro al sasso non si muove nulla. Il sasso infatti non è cavo, non ha spazio al suo interno; è completamente pieno, in esso non può accadere nulla perché ci vuole un luogo dove qualcosa accada, uno spazio, e nel sasso questo spazio non è disponibile.
Le cose piene sono quindi prive di vita. Per diventare vita, una cosa deve vuotarsi, fare spazio dentro di sé, diventare cava; il che non vuol dire diventare vuoto, vuol dire avere un interno e un esterno o meglio essere un vuoto delimitato, un nulla positivo. Anche l’unità base della vita, la cellula, ha la sua caratteristica principale nel fatto di essere una membrana, e quindi nel fatto di costituire un interno, in cui le cose possono entrare e uscire.

Da qui sarebbe interessante parlare del mito ebraico della creazione dell’universo da parte di Dio. Il problema è: se egli non ha nulla al di fuori di sé, come fa a creare? Per creare bisognerebbe creare qualcosa fuori di sé; il problema è “risolto” dicendo che Dio inspira e si ritrae in sé stesso, in modo da generare un vuoto dentro di sé. Dall’Uno ne vengono Due, che comunque rimangono nell’Uno. Ecco che io pur rimanendo Uno posso essere sia vuoto che pieno.
Allo stesso modo la vita deve essere cava. Non c’è niente che sia vivo senza essere cavo, senza avere una differenza fra interno ed esterno.
Solo con dei vuoti che intervallano il tutto si può dare la parzialità; dato che nel Tutto non c’è alcuna libertà, perché il Tutto è finito, non ha alcun vuoto fuori di sé, nel senso che non ha nemmeno il nulla fuori di sé; il tutto è sempre identico, il tutto non dura, non ha tempo. Solamente la parzialità non è finita, è infinita, nel senso che non è mai tutto, quindi non è mai esaurita. In quanto non è finita, la parzialità dispone del vuoto; ora, questo disporre del vuoto (o del tempo) è precisamente la libertà.
Ecco in che cosa la libertà è possesso. Libertà è poter disporre del vuoto, del tempo e quindi della potenzialità. È sostanzialmente libertà di movimento in senso ampio.
Dunque io non è che essendo libero sia vuoto; è che il vuoto è l’immagine stessa della possibilità, un non ancora che esiste concretamente come posto non occupato, disponibile.
L’immagine del fuoco è forse quella che rende meglio: senza spazio, senza vuoto, il fuoco non può bruciare.

(Continua. Fine prima parte)