Ma il fuoco non viene nemmeno solamente dal vuoto. Viene anche dal combustibile, dalla materia piena. Il fuoco è mistero, il fuoco scaturisce. Il fuoco è così efficace come metafora del vivente perchè è movimento, ed è il prodursi dell’energia; l’energia, anche nelle cellule, si produce col bruciare la materia. La scintilla è sempre scoppio. Se pensiamo che la scienza ci dice che il nostro universo è nato da uno scoppio, il fuoco diventa una metafora cosmica. Gli esseri viventi sono esseri portatori del fuoco, che custodiscono il fuoco dentro di loro grazie alla loro natura cava.
Questo bruciare ciò che arriva da fuori è trasformare il dato, morto e necessario, in energia, quindi in potenzialità, in libertà.
L’energia che è prodotta dalla combustione è libertà solo se c’è un soggetto cavo che la custodisce, se cioè c’è qualcosa che sa e può usarla. L’energia è solo la materia della libertà. Quindi l’organismo vitale è un trasformatore che prende il morto, il necessario, ciò che è pieno, costretto e lo scompone; da questa scomposizione ricava libertà, energia, potenza.
Il vivente è una forza che trasforma la necessità in libertà, mediante la combustione. Ecco perchè i termini linguistici associano spesso la combustione con la liberazione (catarsi, purificazione-da pùr, fuoco). Ora, la combustione interna del vivente cos’è se non un negare interno ad un identità esteriore che si mantiene?
Nel dividere la materia si libera l’energia: in questo c’è tutto (scissione dell’atomo). Ecco che non c’è libertà senza forza, e non c’è forza senza libertà. Nel senso che la forza, l’energia, nasce da una liberazione, una scissione di ciò che era identico, da una creazione di un intervallo: dalla creazione di una differenza. Ma anche la libertà non è reale senza la forza, cioè senza la possibilità, senza la materia necessaria ad esercitare la libertà. Insomma, la differenza è la mera esistenza della possibilità, ed è quindi l’aspetto formale della libertà. Mentre invece la forza è la “possibilità di cogliere la possibilità”, l’aspetto materiale della libertà, che altrimenti sarebbe mero arbitrio. Lo stesso discorso per la definizione di movimento: nella nozione di movimento sono tutt’uno il vuoto, lo spazio necessario al movimento, e la forza che mi permette di spostarmi. Dire movimento implica l’esistenza di uno spazio e di una forza.
Tornando al piano della distinzione mondo dell’essere/mondo del fare, vediamo che quando si produce la differenza del mondo del fare, ne consegue la sua libertà; ma con questo si libera anche il mondo dell’essere. Il fatto è che con la differenza si è creato un intervallo, cioè uno spazio entro il quale ci si può muovere. Io sono libero perchè dico: “Io non sono ciò che sto facendo”; c’è un intervallo fra ciò che faccio e ciò che sono. E’ precisamente questo divario (che è un divario nell’unità, perchè sono io che faccio e io che sono) lo spazio che utilizza il movimento ironico.
Questo è dato dal fatto che quando io faccio, comunque continuo ad essere. Grazie al fatto che in quel momento io sono anche quello che non sono, nel senso che sono anche quello che non sto facendo, l’esistenza di questo divario mi permette di essere libero, cioè di liberarmi dall’essere identico al mio essere; e liberarsi dall’identità vuol dire creare una differenza.
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Libertà, Differenza, Combustione (seconda parte)
In Filosofia on 10 Aprile 2009 at 13:35Essere e fare
In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 13:40
È la differenza che dona la libertà. Io posso fare arte, teatro: sono libero di essere pazzo, di fare il buffone perché sono in quell’ambito, cioè perché ho posto una differenza, che è stata riconosciuta da tutti (senza questo riconoscimento non vi è arte, né differenza vera e propria: si resta dei meri buffoni).
Se non si pone, o non è chiara per tutti, riconosciuta, la differenza, io sono un pazzo, non lo faccio. È appunto la differenza fra il fare il pazzo, cioè recitarlo, ed esserlo.
Da qui sembrerebbe che l’essere di qualcosa emerga in negativo: togliendo ciò che si fa, rimane ciò che si è. Che vuol dire: togliendo la differenza, rimane l’indifferenziato, cioè la piena coincidenza di ciò che si fa con ciò che si è. Infatti, ogni volta che si dice fare nel senso di recitare, è sottointeso che ciò che si fa non si è.
Si potrebbe dedurre negativamente invece il fare dall’essere? No, perché il fare è la differenza stessa, mentre l’essere è l’identità; quindi l’essere è ciò che rimane, mentre il fare si costituisce come fare, quindi come differenza, solo in relazione all’essere che rimane, all’identità che si mantiene. Infatti l’essere è indifferenziato, è identità.
Quindi ora bisogna porre questa domanda: perché quando si fa si è liberi di fare tutto, mentre quando si è no? In quest’ottica il fare sembra la liberazione dall’essere. Il fare è innanzitutto un movimento, e precisamente è sempre un movimento di duplicazione: nel fare si sdoppia il mondo, in mondo che fa e in mondo che è.
È questa la differenza: l’introduzione di una differenza, raddoppia il mondo. L’esistenza di due mondi fa sì che il mondo del fare si possa liberare del mondo dell’essere, precisamente per il senso che questo viene ad acquisire di seconda possibilità, di mondo di riserva. L’essere è appunto il mondo generalissimo, il mondo che rimane, il mondo irriducibile. Il mondo del fare è invece riducibile, riducibile proprio a quello dell’essere. La consapevolezza che quest’atto che sto facendo non coinciderà con la mia essenza lo libera da un peso. Questo peso è il peso che opprime il mondo dell’essere: ed è il peso dell’irriducibilità, dell’irrimediabilità, dell’incontrovertibilità, in parole povere l’inesistenza di una seconda possibilità, di un ulteriore mondo disponibile.
Il mondo dell’essere è il mondo serio, mentre quello del fare è il mondo ironico.
L’invenzione dello sdoppiamento, di un essere separato dal fare, è propriamente il movimento ironico: io non sono quello che sto facendo. Questa è anche l’invenzione della libertà dell’uomo, un uomo che nel suo essere diventa indeducibile, e quindi libero. È un ragionamento perfettamente circolare: l’uomo è indeducibile perché è libero ed è libero perché è indeducibile.
Ora, indeducibile coincide con inesauribile. Il serio, il mondo dell’essere, è una realtà esausta. Il mondo del fare è invece una realtà inesausta. Quella dell’essere è l’ultima parola, una parola finita, mentre quella del fare è una parola che deve essere seguita, quindi una parola infinita. Ecco perché l’essere non si dà mai, perché la realtà è inesausta.
Ecco perché verso la stessa cosa a volte si può avere un atteggiamento tragico oppure ironico. Si ha un atteggiamento tragico quando ci si identifica con la cosa, cioè si è la cosa; si ha un atteggiamento ironico quando si pone una differenza fra me e la cosa, cioè quando non si è la cosa.
Ecco perché l’autoironia, il prendersi in giro, è l’atto di massima libertà, perché è libertà verso se stessi, libertà dal proprio essere. In quest’atto, non mi identifico nemmeno con me stesso.
Cosa differenzia l’assurdo da ciò che fa ridere? Cosa marca il confine dal comico, al grottesco fino al tragico? È che quando si ride si manifesta la differenza, l’intervallo fra me e l’oggetto delle risa. C’è un distacco, perché l’umorismo, quando non è scherno, quando non è derisione, che è un’altra forma mascherata, degradata dell’identificazione nella forma dell’odio (es. le risate a denti stretti, nervose: non sincere), è rispetto, non vuol dire altro che rispetto.
Nell’identificazione ci si esaurisce nell’oggetto, completamente, oppure si esaurisce l’oggetto in noi. L’identificazione è sempre immedesimazione, mimesi, metamorfosi. L’identificazione è diversa rispetto alla differenza perché nell’identificazione ci si scorda di sé e dell’Altro, mentre nella differenza invece si mantiene la dialettica Io/Altro. Nell’uno il sé si perde, nell’altro si mantiene, quindi la differenza è l’unico vero Aufheben; nella differenza infatti è implicita una somiglianza, altrimenti non si potrebbe dire che due cose sono differenti. Per essere differenti, due cose devono avere qualcosa in comune, almeno quella di essere parti nello stesso tutto, per esempio. Nell’identificarsi il soggetto è schiavo dell’oggetto, non c’è intervallo, c’è un Tutto-Oggetto, mentre nella differenza si mantiene la libertà di entrambi.
Le passioni prodotte dall’identificazione sono tutte unidimensionali, quindi piene, necessarie, irriducibili, uniche: sono il tragico-serio, l’odio, l’idolatria…
Quelle prodotte dalla differenza/rispetto sono tutte bidimensionali, quindi intervallate, libere, doppie: sono l’umorismo, l’amicizia, l’amore, il gioco, l’arte, la religione, la fede…
Economia: risparmiare o esaurire.
Davanti a ogni caso della vita, si pone all’uomo questo bivio: risparmiare o esaurire? Anche nei confronti di se stesso, l’uomo realizza un autoeconomia ogni volta che sceglie di esaurirsi o di risparmiarsi.
Risparmiare produce il resto, il sovrappiù, la differenza; si risparmia per esaurire. (es. lavare i piatti per poi sporcarli: il processo continua all’infinito).
Il bambino esaurisce le cose e se stesso. Esaurisce e si esaurisce, totalmente. Poi viene educato al risparmiare. E diventa un uomo maturo, che risparmia le cose e risparmia se stesso. È singolare che quando uno diventa maturo, dovrebbe voler dire che è venuto il momento buono, che si è pronti finalmente per esaurire le cose e se stessi, dopo che come allievo si è risparmiato così tanto. Ma evidentemente l’educazione non era una preparazione, non era un risparmiare con il fine dell’esaurirsi; era un’educazione al risparmio, al rinunciare a se stessi, perché chi esaurisce, se lo fa liberamente, è ingiustificato, è esposto. Chi si giustifica sparisce, si nega, si risparmia; risparmiandosi, ci si giustifica, perché non ci si differenzia, non si emerge dall’anonimato. Ci si risparmia quando si ha paura, quando si è nel mondo dell’essere, del serio-tragico. Bisogna nascondersi, negarsi. Così si rinnega se stesso. Chi si esaurisce invece porta fino in fondo (in questo senso esaurisce) la sua presenza ingiustificata, la sua differenza, spendendosi e concedendosi all’altro senza giustificarsi, quindi liberamente. Chi si spende è in questo senso coraggioso, nella misura in cui risparmiarsi è fuggire. Infatti qui non si parla di un esaurirsi nel senso di un terminarsi, definirsi una volta per tutte; si tratta di un esaurirsi non teoretico ma pratico, per così dire, nel senso che per esempio si dice tutto ciò che si ha da dire; o si fa ciò che si vuole fare, senza pensare che si potrà fare domani. Non è finire tutte le cose che devo fare in assoluto, per sempre, ma finirle per quel momento, per quel giorno. Esaurirsi in ogni momento. Il soggetto infatti è inesauribile solo perché è fatto a pieghe: e l’essere fatto a pieghe significa che si può finire di dispiegare una piega (dispiegare=esaurire), ma dopo ce ne sarà un’altra; se si pensa ogni piega come ogni atto, la metafora regge. In ogni atto ci si può esaurire, esaurendosi relativamente a quell’atto però, non assolutamente. Ma soprattutto esaurirsi in questo senso non è giustificarsi, non è l’azione-giustificante, non è una reazione. Con questo esaurirsi io chiamo l’azione autentica, nel senso dell’azione prodotta dal soggetto che si è identificato con la propria libertà, e ha quindi dissolto la propria identità nel senso di giustificazione in favore della presenza ingiustificata, del suo corpo libero che non agisce più per giustificarsi, per discolparsi, per riflesso, ma autenticamente, per volontà propria; non per realizzarsi, ma per liberarsi continuamente e liberare il mondo; insomma, per mantenere l’identità con se stesso in quanto libertà, che vuol dire mantenersi nell’aufheben in quanto differenza nell’identità che si mantiene, in una parola l’umorismo, il rispetto.
È l’uomo che si è identificato col suo fare e non con il suo essere, nel senso che non si identifica più; non si identifica più nel senso che si esaurisce nell’identificazione. Non ricerca più un’identificazione che lo scusi della sua presenza al mondo, ma ha annullato l’identificazione nell’identificarsi nella non-identità, nella differenza, che vale a dire nella libertà. Non è più essere, o meglio il suo essere è libertà (Io sono colui che voglio essere) perché il suo essere non si esaurisce in ciò che è, ma è anche ciò che non è. (cfr. Hegel)
Risparmiare è rinunciare, sublimare.
L’economia è come l’uomo gestisce se stesso.
Forse l’uomo può essere davvero giusto solamente se non è infelice.
La filosofia deve essere anche pragmatica nella misura in cui vuole parlare ad un uomo libero; per parlare ad un uomo libero, deve prima pensare concretamente a come liberarlo.
Il fatto è che non è tanto il divertissement pascaliano che fa dimenticare il reale, il presente, ma piuttosto la sparizione del presente ( e conseguentemente del soggetto—vedi sopra) prodotta dall’abitudine al risparmio. Il nostro è un presente risparmiato. Ma l’unico presente autentico è quello che si concepisce fine a se stesso, senza essere in funzione del futuro o determinato dal passato; fine a se stesso, che vuol dire che si esaurisce, continuamente; è questo che intendo con l’immagine della combustione del presente. Il presente è l’unico tempo che può essere libero, fine a se stesso; perché è l’unico tempo che è ingiustificato, sempre nuovo, presenza imprevista e mai completamente necessitata, dimostrata, dedotta.
Esplorare i legami fra erotismo e risparmio. (il negarsi=risparmiarsi che aumenta il desiderio—risparmiarsi è manifestazione di indipendenza; per questo colui che si risparmia sembra forte, bravo, figo; colui che si risparmia è infine l’ideale del duro?).
L’uomo è libero solamente se si possiede. E nel risparmio, l’uomo è posseduto da un’altra cosa, da un’astrazione. È quello che voleva dire Hegel con alienazione, o essere-fuori-di-sé. Finché l’uomo non possiede ciò che desidera, è posseduto da ciò che desidera. E il risparmio è un alienarsi volontario, un lasciarsi possedere.
PARADOSSO: il consumismo (consumare=esaurire) ha prodotto un uomo che si risparmia.
Si ritiene che l’uomo sia uomo in quanto risparmia. (Hegel-servo che sublima-risparmia il desiderio di esaurire, quindi si media). Risparmiarsi=negarsi.
In quanto il negarsi è negazione del presente in favore del futuro, è negazione della realtà, del concreto. Il concreto non si vive quindi. (per esempio, Hegel ha dovuto crearsi una fine fittizia del risparmiare—fine della storia—per potersi considerare un uomo esaurito, quindi libero). L’uomo che si esaurisce dopo il risparmio è un uomo che si ricongiunge con sé. L’uomo che si risparmia è un uomo che si aliena da sé, che si differisce nel tempo, che si congela per tempi migliori.
Il discorso sul risparmiarsi è questo: con risparmiarsi possono essere intesi due opposti: sia il negarsi perché si ha paura e in questo caso si ha il risparmiarsi come giustificazione, come sparizione, come nascondimento di sé (cfr. con necessità della premeditazione: allacciandosi a quel discorso, si capisce bene come si configura questo risparmiarsi “negativo”: il risparmiarsi negativo è l’andare in macchina, l’azione chiusa al mondo, il tunnel scavato nel mondo; l’andare a piedi è invece il concedersi, l’uomo che esaurisce la sua presenza nel darla tutta, completamente al mondo, nell’azione aperta perché il mondo possa entrare in essa).
Ma il risparmiarsi può anche essere inteso come risparmiarsi “positivo”, cioè come il liberarsi dall’esaurimento immediato, dall’esaurimento inteso non più come il non-celare la propria presenza ingiustificata, ma come soddisfazione di un desiderio. Il risparmio positivo è per esempio risparmio in funzione di accrescimento del piacere nell’esaurimento futuro (vd. Erotismo).
Per esempio, il fare nel senso del recitare può essere inteso come un risparmiarsi; qui si intende un risparmiarsi come non esaurirsi del mio essere, come differenza liberatrice, negare se stessi nel senso di chi dice “Io non sono ciò che sto facendo”.
Il problema è che la cosa si risparmia sempre, nel senso che è inesauribile, non può mai esaurirsi completamente, assolutamente, ma solo relativamente, parzialmente (vedi sopra). Però la cosa, in questo negarsi, non si nega completamente, altrimenti io non la percepirei nemmeno, non la desidererei. Perché una donna mi si possa negare, e negandosi accrescere quindi il mio desiderio per lei, per esempio, ha dovuto in qualche modo darsi, ha dovuto porsi in primo luogo, volente o nolente: ed è solo quando si concede però nello stesso tempo si risparmia (aufheben erotico) che il mio desiderio cresce maggiormente; se invece lei si fosse solo risparmiata, si fosse solo negata, non avrei voluto approfondire.
La curiosità, l’eccitazione nasce dalla parzialità, dall’intravedere: se non ci fosse il vestito, io non desidererei così tanto la nudità della donna; la scollatura è esattamente nel mezzo del seno, come la gonna più eccitante è alla metà delle gambe: l’erotismo, la curiosità e l’eccitazione stanno esattamente nel mezzo fra il concedersi e il risparmiarsi. È in questo senso che questo risparmiarsi è “positivo”, nel senso che non si nega per nascondere il sé, per annullarsi sotto la minaccia della paura di mostrare il mio sé ingiustificato; non nega totalmente, ma semplicemente si risparmia nel senso che non afferma totalmente. La differenza è sottile, ma è importantissima. Non afferma completamente, non si concede completamente: in una parola, è inesauribile. Il risparmiarsi negativo è la paura di esaurirsi, e quindi la rinuncia all’esaurirsi; mentre il risparmiarsi positivo è preso dal punto di vista dell’essere, che si risparmia sempre un po’, anche se io lo esaurisco e voglio esaurirlo. Del resto senza il continuo esaurirmi, senza il continuo concedermi, non avrei consapevolezza della mia inesauribilità, così come se non provo continuamente a possedere, ad esaurire le cose, non capirò mai che sono inesauribili. Si tratta solo di capire che anche se io e le cose siamo inesauribili, non vuol dire che non ci possiamo esaurire; si ritorna all’essere che si dà come piegato, ad angoli, curvato.
Siamo arrivati quindi al punto: il risparmiarsi positivo è una determinazione dell’essere, la sua inesauribilità, mentre invece il risparmiarsi negativo è un atteggiamento che può assumere l’io, che non è un non-concedersi ironico attuato liberamente come gioco, come fare, ma è un negarsi serio dettato necessariamente dalla paura dell’essere.
Infatti quando ci si risparmia nel presente in funzione dell’esaurimento futuro idealizzato non si pensa di risparmiarsi nel senso che lo si intende nel gioco, o nell’erotismo, non si risparmia nel senso che non ci si vuole concedere ironicamente, insomma; ma invece ci si risparmia per il sentimento opposto, per il peso della paura, per fuggire, per nascondersi. Chi si risparmia positivamente lo fa per liberarsi, per aprirsi, per uscire (ci si maschera per porre una differenza, quindi per liberarsi); chi invece si risparmia negativamente lo fa per nascondersi, per chiudersi, per annullarsi.
Infatti chi risparmia negativamente risparmia il presente costruendosi un fittizio momento futuro in cui “ci si potrà esaurire”, ma questa specie di licenza che gli darà il futuro è dettata dall’identificazione erronea presente=ingiustificato, colpevole, da giustificare e futuro=giustificato, salvo, libero. Questo è un risparmiarsi di chi è alla ricerca disperata di una giustificazione.
La differenza fondamentale è fra un risparmio che nega, che annulla il sé e uno che invece lo mantiene, che rispetta il sé (aufheben-porre la differenza mantenendo l’analogia fra fare ed essere). Come chi concepisce una verità che semplicemente si nega e quindi per noi potrebbe benissimo non essere, invece di concepire una verità che esiste, ma semplicemente non si può cogliere in modo oggettivo, definitivo, ma solo simbolicamente, cioè in una parzialità (Cusano-raggi del cerchio).
D’ora in poi quindi per chiarezza definirò “concedersi parzialmente” l’esaurirsi del risparmiarsi positivo, mentre invece intenderò con risparmiarsi il risparmiarsi negativo.
Lo sguardo liberatore
In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 13:17Il tempo è libertà che si fa necessità. Il presente è la combustione della libertà, l’esaurirsi della libertà.
Il presente brucia la mia vita trasformandola in nulla, in morte. Il mio vivere è un morire continuo. Questo morto è nulla, ma non nulla senza valore. Ciò che muore è ricordato, e in quanto ricordato, necessario, si pietrifica in essenza, per agire sul presente come giudizio.
La vita è dunque una fuga, data dal fatto che la vita precede sempre un po’ la morte, la libertà è sempre prima della necessità; non ci si esaurisce completamente, se non nel momento della morte assoluta, la morte vera e propria.
L’ingiustificato è una libertà che non si necessita, che non si giustifica. È un errore nel tempo, un buco nella rete. È la visione estetica, la cosa fine a se stessa, il giudizio riflettente kantiano e la parola esoterica. È l’inutile di Bataille. La cosa fine a se stessa è come se non passasse, come se non morisse. È come se si liberasse dall’essenza (per l’uomo l’essenza è l’identità). È la parola esoterica, che libera il linguaggio dalla sua essenza e porta il nuovo, porta la vita nel linguaggio morto dei riflessi, perché è un’autentica domanda, un autentico problema. Nella considerazione della cosa fine a se stessa vediamo davvero solo il presente, vediamo davvero solo il bruciare della libertà. Il presente si libera dal passato e dal futuro, perché si guarda con gli occhi dell’istante eterno.
Un tale sguardo fa rivivere, attualizza le cose perché le brucia; nel senso che la libertà dello sguardo le libera dall’essenza in cui sono cadute e le rende nuovamente inesauribili, da esaurite che erano (le rende nuovamente sospese, da (ac)cadute che erano). Sono io che con la mia libertà libero le cose guardandole con lo sguardo estetico. È un trasferire la mia libertà alle cose, per invertire il corso del tempo. Ciò che non ha vita, la cosa inerte, la materia morta, è la materia dell’opera d’arte. Ora, l’arte consiste proprio in questo: prendere un morto, prendere un pietrificato, un qualcosa di esaurito, di definito, di passato, e farlo rivivere, liberandolo dal posto in cui era caduto. Letteralmente spostandolo, creando una differenza (gabinetto di duchamp). Lo sguardo dell’arte fa l’impossibile, cioè una cosa che si è pietrificata in una posizione, che è a tutti gli effetti morta, viene liberata; la pietra diventa pelle, l’essenza diventa essere, la necessità libertà e il giustificato ingiustificato; e soprattutto, ciò che si è liberato lo si è liberato per sempre. L’opera artistica rimane sempre fine a se stessa; non tornerà più morta, finchè ci sarà uno spettatore a liberarla, a tenerla in vita.
L’ingiustificato rimane domanda fintanto che non si giustifica. Solo al passato infatti si può dare risposta, o meglio solo il passato risponde. Il presente, in quanto è libertà, è un continuo domandare, continuo ingiustificato bisognoso di giustificazione. La presenza è ambigua perché è libera, e la libertà è una domanda, come una domanda è l’opera d’arte, perché ingiustificata.
Il corpo, la materia è la realtà dello stesso passato, il sedimento, la necessità; il bruciare del presente forma la materia, l’accadere si abbatte sui corpi come uno scalpello e li plasma. Il corpo è l’immagine stessa, l’impasto di tutto ciò che è trascorso (vedi ritratto di Tullio Pericoli; viso plasmato dalle abitudini, dalle posture, dal comportarsi); la terra è ciò che è accaduto fino ad ora. Il corpo è precisamente il passato che si ripropone come presenza. In quanto passato che si ripropone come presenza, però, è anche necessità che si ripropone come libertà, libertà possibile, latente. Ed è qui che entra in gioco lo sguardo dell’uomo di cui parlavamo. Il corpo in quanto presenza materiale del passato, o meglio, materia formata, definita dal passato, è passibile di liberazione da parte dell’uomo. Il corpo è una memoria fisica e non spirituale, ed è quindi una traccia vivente, un giudizio, una necessità. Ma il corpo è da noi avvertito come presenza, presenza originaria, e non come traccia, non solo come necessità, come scolpito. È come se la presenza in sé, la presenza materiale, fosse ambigua, ambivalente: da una parte, in quanto domanda, richiede una risposta, poiché è semplice presenza, ingiustificata; d’altra parte, in quanto risposta, in quanto definito e pietrificato, è giudizio, è la prima giustificazione, il primo riferimento del mio io per esempio. Nella presenza materiale ritroviamo proprio quella perfetta unione fra morto e vivo, necessario e libero, giustificato e ingiustificato, essenza ed essere, risposta e domanda che troviamo nell’opera d’arte; come l’opera d’arte, la presenza è un morto che torna a vivere, un qualcosa di necessario che si è liberato, continuamente. È questa ambivalenza è da ricercare in ultimo nell’irriducibilità del corpo, che è insieme ultima parola e prima, nel senso che è definito, delimitato, scolpito, necessario, ma è anche irriducibile, inesauribile (tranne naturalmente nel caso della morte assoluta); nella vibrazione del corpo vivo si riconosce questa ambiguità, si riconosce lo stesso bruciare del presente; è la sede fisica della combustione, per così dire. È ciò che si muove con il movimento del tempo, è ciò che propriamente muore definendosi sempre in una nuova posizione, che non è mai però definitiva, e che quindi è apertura a nuove posizioni, libertà.
Provare la vita
In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:57Si concepisce l’esistenza, la vita come un voler trovare qualcosa, come un cercare. Cercare sotto il nome di qualcosa è sempre cercare la necessità; vale a dire: le altre cose che si cercano sono solo maschere, sotto alle quali si cerca sempre la necessità, la giustificazione.
Questo processo è una vita come condanna; la vita come inferno è la condanna a schiavizzarsi progressivamente, ad annullarsi, tendere a scomparire, a “non avere niente di strano, niente di casuale”. A confondersi, giustificarsi, sparire (rendersi trasparenti al posto di opachi; uomo trasparente e uomo opaco; il primo giustificato, solo il secondo è vero corpo, presenza ingiustificata).
L’unica cosa che si può veramente trovare, nel senso di qualcosa di davvero nuovo, una vera aggiunta che è però solo riconoscimento, accensione di qualcosa che giace spento, e non condanni all’eterna coazione a ripetere della necessità è la libertà, la mia libertà.
Trovare la libertà è uno smettere di cercare non in generale, ma di cercare per necessitarsi. In altre parole, si continuerà sempre a cercare, a trasformare il dato; non muore il movimento, la realtà è anzi ancora più dinamica; solamente non si cerca per giustificarsi. Non si cerca credendo di trovare nel trovato un ultima parola, una necessità. E l’evento che accade quando non cerco più un’ultima parola è che l’ultima parola diventa la mia libertà presente. L’ultimo diventa il già. Quando ragionavo in termini di necessità alienavo la mia salvezza, perché la vedevo in un futuro; mi alienavo, ponendo la mia giustificazione, la mia fede, il mio ricongiungimento con me nel futuro, e cioè in un ultimo imprecisato.
È smettere di cercare un ultimo perché si riconosce che si ha già ciò di cui si ha bisogno, e cioè la libertà. Questo è la fede stessa. Prima, si crede che per essere salvi, bisogna essere giustificati, bisogna fare, dire, essere qualcosa. Si crede che per salvarsi debba avvenire un atto, un ultimo evento che sancisca l’inizio della vita salvata, giustificata. Questo è l’approccio discorsivo, dimostrativo, empirico, necessitaristico alla vita: per credere in una cosa, devo avere una prova, deve avvenire un atto concreto, devo dimostrarla, comprovarla. L’altro è l’approccio della fede, che dice che non c’è ultima parola, o meglio dice che l’ultima parola è già stata detta, in modo che si è dispensati dell’ultima parola. Che è lo stesso dell’amore, alla fine. Amare-avere fede, credere in qualcosa è non chiedere più niente a questa cosa. È considerarlo come finito; che non è un volerlo essenzializzare, immobilizzare, necessitare: è l’opposto, è un volerlo liberare dal doversi giustificare, dal doversi dimostrare, provare, dal rendersi degno. Lo sguardo della fede non è più condizionamento: lo sguardo della fede libera il suo oggetto, perché non gli chiede qualcosa, non gli chiede un sovrappiù oltre a se stesso per credere alla sua realtà. Ci crede e basta. La fede è quindi un atto ingiustificato che crede a qualcosa di ingiustificato. Che vuol dire: la fede è un atto libero che crede in qualcosa di libero.
E lo sguardo della fede è lo stesso dello sguardo artistico, dello sguardo fine a se stesso: lo sguardo dell’arte, il giudizio estetico kantiano, libera la cosa perché la vede in modo fine a se stesso, finito, compiuto, autotelico. La cosa d’arte è una cosa ingiustificata, e noi come fruitori diamo il consenso a un ingiustificato, e invece che deriderlo come ridicolo, come faremmo nella vita quotidiana, della necessità, dell’utile, consideriamo questa cosa inutile in se stessa molto seriamente, seriamente come la serietà dei bambini nel gioco, che è la serietà più intensa e assieme la più autentica. (Callois; Bataille). È in questo senso che la fede rimette i debiti: non chiede più niente, non chiede quello che si dovrebbe chiedere. In questo senso libera il suo oggetto. Il guardato è liberato dal suo debito nei confronti di colui che guarda, l’uomo osservato è dispensato dal comportarsi nei confronti dell’uomo che lo osserva.
Trovare la libertà si può intendere quindi anche come liberare se stessi per mezzo della fede, fede in se stessi e negli altri. La fede ha già fede nell’oggetto, prima che questi si giustifichi e si sia reso degno di fede. È interessante il fatto che la mia salvezza riposa sia nelle mie mani che in quelle dell’altro, nel senso: io devo avere fede in me stesso e in quell’altro, e quell’altro deve avere fede in me e in se stesso. Altrimenti, non ci si libera, non ci si salva. Solo nell’altro stanno le mie speranze di salvezza. È solo l’altro che mi può dispensare dal debito: se io stessi ipoteticamente da solo, non potrei mai estinguerlo, perché il debito è la mia stessa presenza al mondo.
Quindi trovare qualcosa che si aveva prima di cercare, trovare ciò che si ha già.
Trovare la libertà è la svolta di una vita che smette di concepirsi come schiava, imbarazzata e inizia a concepirsi come vita trovata, sovrana, coraggiosa (nel senso del coraggio della fede, che crede senza le prove, che crede senza sapere dove va a finire; vedi fede-fiducia-sicurezza-soddisfazione).
Non più una vita in funzione, e quindi alienata; ma vita in se stessa. Non più vita mediata dalla vita futura, ma vita immediata.
Fermare il mondo, tacere, trascendere, rompere la serie a catena, l’ansia nervosa di giustificarsi, di sparire in un gesto utile, in un comportamento: fermarsi e pensare che io ero, vivevo anche prima di iniziare questa serie; cos’ero io prima di asservirmi, prima di iniziare a cercare di giustificarmi? Pensare a ciò che già sono.
Non più vita che fugge da sé, che si difende da sé, ma vita che non deve più nascondersi, vita salvata e vita liberata, nuda, vita impotente e inutile.
Una presenza libera è una presenza dispensata dall’essere comprovata, doppiata.
È chiaro che anche il discorso della premeditazione e del sistema chiuso-aperto, viaggio a piedi e in macchina, è da ricondurre al discorso dell’ingiustificato e della ricerca della necessità.
La ricerca della verità, e in ogni caso ogni ricerca è una ricerca di necessitarsi, farsi sempre più necessario, di sostituire il giustificato all’ingiustificato. L’uomo vuole la verità, l’essere, Dio, l’Aleph..quel punto necessario dal quale tutto possa finalmente essere pietrificato, necessario, morto. L’uomo ha già la verità, l’oggetto della ricerca: l’uomo cerca sé libero, che è nello stesso tempo cercare sé dopo aver trovato la necessità e cercare sé prima di aver iniziato a cercare. (escatologia/ protologia di Pareyson). Io cerco l’io che dirà l’ultima parola, come quell’io che l’ha già detta.
Anche la ricerca dell’istante, dell’ultima parola per esaurirsi, sono ricerca di necessità: l’unica conquista possibile è una conquista di ciò che si ha prima di conquistare; è la libertà che è stata soffocata dalla ricerca della necessità.
Libertà, differenza, combustione
In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:43La volontà di giustificazione è anche l’istinto totalizzante del pensiero umano (eguaglianza, contrappeso). L’ingiustificato è parziale, è squilibrato, sbilanciato, ed è come se rimanesse a metà; l’ingiustificato può infatti essere inteso anche come resto, come di più o come di meno. Il giustificato è sempre 0.
Ogni cosa, nel suo apparire, provoca uno squilibrio. È lo stesso presentarsi della cosa, il suo liberarsi dallo sfondo, dalla catena uniforme di fenomeni, che fa tutt’uno con la mia astrazione. Non ha molto senso chiedersi se sono io a liberare la cosa con il mio astrarre o la cosa si libera da sé nella sua configurazione: il fatto è che questa cosa avviene, succede, e lo esprimo in termini impersonali perché anche nel caso che fossi io a liberare la cosa non lo farei in modo conscio; il desiderio di una cosa mi viene, sicuramente non dalla mia volontà; al massimo avviene a causa mia ma nel senso di a causa del mio inconscio.
La cosa, in questo suo presentarsi, si astrae e si libera (per approfondire il discorso del darsi/liberarsi della cosa, continuare quello sulla facciata) dal contesto-sfondo-concreto, dall’essere-assieme-con, dal confondersi. Liberandosi, mi colpisce, perché si libera solo in quanto io le do spazio, in quanto io sono un vuoto che la accoglie (due mondi: fuori e dentro); la cosa trova spazio, via di fuga in me, e attraverso questo fuggire in me si libera dal pieno-costretto che la incatenava immobile allo sfondo. L’uomo si abitua gradualmente a non considerare le continue astrazioni che lo bombardano, specialmente nel mondo moderno (il troppo pieno di stimoli come una delle cause del risparmiarsi patologico).
Nel loro offrirsi le cose sono squilibrate, ingiustificate, astratte, sospese e quindi irrisolte, insolute. Il quotidiano, il normale è lo stesso sfondo, l’anonimo-uniforme, l’indifferenziato (punto da chiarificare). Ora, da questo sfondo si astraggono, si liberano delle cose (generalmente ciò che si libera è ciò che io desidero, ciò che mi eccita, che stimola la mia curiosità; mi attira perché è simile a me però non è esattamente me—aufheben—per esempio la donna per l’uomo; la donna è della stessa specie dell’uomo, però è differente da lui; è uguale e differente nello stesso tempo). Dire: identico e differente è ciò che si dovrebbe dire di ogni Altro; e questo concetto di identico-differente (aufheben) può costituire anche una definizione del concetto di libertà, nel senso di distinguerla dal puro arbitrio.
La libertà esce (proprio nel senso fisico dello scaturire) dall’essere differente, dalla differenza; perché la differenza è sempre una trascendenza, quindi è un abisso, un salto nel quale può aver luogo l’inesauribilità, il non-definitivo (che è l’impesabilità, l’irriducibilità di una cosa ad un’altra cosa).
Il dire: questa cosa è differente dall’altra, vuol dire che non è riducibile, non è esauribile, non è identificabile con l’altra.
È questo il resto, il sovrappiù della differenza (vedi il rapporto fra resto così concepito ed essenza nella concezione aristotelica—la peculiarità dell’individuo è il suo aspetto irriducibile), che uno vorrebbe sempre giustificare, quindi annullare.
Nei rapporti umani, il riconoscimento di questa irriducibilità si chiama rispetto. Il rispetto è esattamente il riconoscimento della differenza fra me e l’altro, con l’impegno di non chiedere all’altro di risolversi in me, di non voler ridurre l’altro a me. In questo senso, come non-chiedere-di-più, è molto vicino al concetto di fede (il chiedere qualcosa in più è esattamente la volontà di eliminare, di azzerare il resto che contraddistingue l’ingiustificato).
Qui c’è il discorso del possesso: possedere non è acquisire, nel senso di andare in positivo, ma è giustificare, azzerare, riportare all’equilibrio, al livello 0 qualcosa che mancava, che si era configurato come negativo, come sovrappiù nella sua astrazione dallo sfondo.
È quindi il nulla, il vuoto che permette la differenza e quindi la libertà.
Ciò che è pieno è necessariamente identico. Non vi è libertà dove non vi è vuoto, perché libertà è libertà di movimento, libertà è la via di fuga.
Ciò che invece ha dei vuoti, ha delle parti, è differente. Ed è solamente il vuoto che mi permette la libertà. Per capirlo, basta visualizzarci i due modi in cui si dà concretamente il vuoto: il vuoto spaziale e il vuoto temporale, che si riducono comunque ad un unico tipo.
È solo perché c’è del vuoto intorno a me che io posso muovermi, come solamente grazie a quel vuoto temporale che è il futuro io posso avere ancora tempo, che è la condizione per il mio agire, quindi per la mia libertà.
Essere circondato dal vuoto: ecco la mia libertà. Grazie al vuoto, io posso muovermi; del resto è semplice capire che senza vuoto io sarei tutto, sarei pieno. Questo equivale a dire che non c’è libertà senza possibilità; la libertà sconnessa dalla possibilità intesa come reale occasione, è mero arbitrio, è astrazione.
Anche biologicamente, non vi è vita nelle cose piene. Dentro al sasso non si muove nulla. Il sasso infatti non è cavo, non ha spazio al suo interno; è completamente pieno, in esso non può accadere nulla perché ci vuole un luogo dove qualcosa accada, uno spazio, e nel sasso questo spazio non è disponibile.
Le cose piene sono quindi prive di vita. Per diventare vita, una cosa deve vuotarsi, fare spazio dentro di sé, diventare cava; il che non vuol dire diventare vuoto, vuol dire avere un interno e un esterno o meglio essere un vuoto delimitato, un nulla positivo. Anche l’unità base della vita, la cellula, ha la sua caratteristica principale nel fatto di essere una membrana, e quindi nel fatto di costituire un interno, in cui le cose possono entrare e uscire.
Da qui sarebbe interessante parlare del mito ebraico della creazione dell’universo da parte di Dio. Il problema è: se egli non ha nulla al di fuori di sé, come fa a creare? Per creare bisognerebbe creare qualcosa fuori di sé; il problema è “risolto” dicendo che Dio inspira e si ritrae in sé stesso, in modo da generare un vuoto dentro di sé. Dall’Uno ne vengono Due, che comunque rimangono nell’Uno. Ecco che io pur rimanendo Uno posso essere sia vuoto che pieno.
Allo stesso modo la vita deve essere cava. Non c’è niente che sia vivo senza essere cavo, senza avere una differenza fra interno ed esterno.
Solo con dei vuoti che intervallano il tutto si può dare la parzialità; dato che nel Tutto non c’è alcuna libertà, perché il Tutto è finito, non ha alcun vuoto fuori di sé, nel senso che non ha nemmeno il nulla fuori di sé; il tutto è sempre identico, il tutto non dura, non ha tempo. Solamente la parzialità non è finita, è infinita, nel senso che non è mai tutto, quindi non è mai esaurita. In quanto non è finita, la parzialità dispone del vuoto; ora, questo disporre del vuoto (o del tempo) è precisamente la libertà.
Ecco in che cosa la libertà è possesso. Libertà è poter disporre del vuoto, del tempo e quindi della potenzialità. È sostanzialmente libertà di movimento in senso ampio.
Dunque io non è che essendo libero sia vuoto; è che il vuoto è l’immagine stessa della possibilità, un non ancora che esiste concretamente come posto non occupato, disponibile.
L’immagine del fuoco è forse quella che rende meglio: senza spazio, senza vuoto, il fuoco non può bruciare.
(Continua. Fine prima parte)
Vivere intanto
In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:38Vivere intanto= presente in funzione, schiavo del futuro.
Esplorare il concetto di facciata intesa come maschera. La chiamo facciata invece di maschera perché il termine maschera ha oggi un connotato negativo, mentre le mie intenzioni sono quelle di epurarla da questa connotazione negativa.
Il discorso è che le cose si danno solo in termini di facciate, che vuol dire anche pieghe, e questo non è negativo o positivo, è quello che è.
La facciata è ciò che si dà e assieme non si dà, che si concede ma nello stesso tempo si risparmia. Il dire che ciò che vedo è facciata, vuol dire che ciò che vedo si dà ma non completamente, cioè si concede e si risparmia nello stesso tempo, o meglio, il suo concedersi è anche il suo risparmiarsi. Il fatto è che dipende dal modo in cui guardiamo una cosa il considerarla come cosa che si concede o come cosa che si risparmia. La concessione e il risparmio della cosa sono due astrazioni, due punti di vista parziali dettati da una considerazione prospettivistica della cosa. Quello che è reale è solo la cosa come facciata, cioè come unione di concedersi e risparmiarsi. Più precisamente, il risparmiarsi è l’aspetto temporale-dinamico della cosa, se si vuole la potenza della cosa. Il concedersi invece è l’aspetto atemporale-statico, l’atto della cosa. Una cosa è sempre insieme atto e potenza, nella misura in cui diviene, cioè è ma è anche quello che non è, cioè è e nello stesso tempo può (esattamente il gioco di parole di Cusano, quando dice che l’essere delle cose è il possest). Il possest è la cosa che è, in quanto si concede, e assieme che può, in quanto si risparmia, nel medesimo attimo e in tutti gli attimi dell’esistenza dell’uomo.
(c’è qui anche il solito discorso che niente si risparmierebbe se qualcosa non si concedesse; la coincidenza delle due dimensioni è data dall’interdipendenza, dall’interrelatività dei termini: senza concessione non c’è risparmio, e senza risparmio non c’è concessione—per spiegare ques’ultimo vedi in Pareyson il discorso sull’essere che è essere solo perché è inesauribile: essere è il nome che si dà all’inoggettivabile; l’essere infatti è inoggettivabile in quanto è tempo, quindi in quanto non finisce mai; il fatto che le cose esistano vuol dire che non sono finite).
Ricongiungere la vita scissa, disgraziata, il vivere e il vivere intanto. Ecco perché il quotidiano è così legato al lavoro, perché è la necessità di guadagnarmi da vivere, cioè la necessità di risparmiarmi per il futuro, che mi fa vivere intanto. Vivere intanto è il vivere in funzione del Vivere (con la maiuscola si intende il vivere in cui si è ottenuta la licenza di esaurirsi—ponte di collegamento fra questo discorso e il discorso sul giustificato: il Vivere è il vivere giustificato; l’ingiustificato si risparmia, il giustificato si può esaurire). (per es. intanto che si pensa a come vivere bisogna vivere).
Oppure: aspetto di decidere, ma mentre aspetto devo vivere intanto.
Il vivere intanto implica già il risparmiarsi, fa tutt’uno con esso. Vivere intanto è aspettare di Vivere, risparmiare la Vita. È vivere aspettando di Vivere.
C’è una vita nella Vita. C’è la vita che si cerca di vivere, e la vita che si vive intanto che non si è trovato come.
È come se fosse una conversazione continuamente interrotta: cerco come vivere, poi devo vivere intanto che cerco (interruzione della Vita prodotta dalla vita). Questo “intanto” è l’abbandonarsi all’anonimato, al quotidiano. Questa visione implica la convinzione che si possa riscattare la Vita per mezzo della vita, lo straordinario per mezzo del quotidiano, ma questo non avviene, perché si finisce per risparmiare sempre, e non ci si vuole mai esaurire.
Il futuro è padrone
In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:29Bisogna desiderare il mio presente, affrontare in faccia il controsenso che mi lacera. Devo non più desiderare un io futuro, ma l’io di adesso. Devo desiderare di vivere. Adesso. Bisogna capire che è un limite essere. Ciò che sono ora non lo colgo mai. Non mi ricongiungo mai in me stesso. Devo desiderare di essere ciò che sono ora. Di esserlo esaurendomi, completamente, non a metà. Liberamente. Solo nell’esaurirsi c’è libertà, in tutto il resto una schiavitù imposta dall’io futuro. Il futuro è il padrone. “Lavora!” dice. “Accumula!”. Ordina sempre. Quando mi distraggo un poco dal lavoro per qualcosa di presente, per qualche curiosità, subito mi frusta, mi riporta al lavoro, al risparmiare. “Ancora!”. Infatti gli schiavi, anche se odiano il padrone, desiderano essere come lui. Per loro il padrone rappresenta l’io futuro agognato. Servendo il padrone, non servono altro che il proprio futuro. E il presente è sempre lavoro. Mai libertà, mai vita. Ecco che anche se io non ho un padrone fisico, sono comunque uno schiavo, perché servo il mio futuro lasciando al presente il lavoro. Il mio futuro è lo spirito, osannato, ricercato. Il mio presente è il corpo, disprezzato, ciò che lavora, ciò che non vedo, che non voglio. Tutto l’atto che si deve cercare è una ribellione all’unico padrone, al padrone dei padroni, il Futuro. Questa lotta è forse impossibile, letale. Ma di sicuro bisogna ingaggiarla. E di sicuro ho un grande vantaggio: io sono reale, io sono corpo. Posso insomma beneficiare dell’aiuto di Presente, che è l’unico reale in questo duello. Futuro è un’idea, e deriva i suoi punti di forza e i suoi punti deboli proprio da questo. Il mio corpo, il corpo bistrattato, il corpo cosa, è quello il mio presente. Io devo essere quel corpo, non l’anima futura che non sarò mai.
L’ingiustificato
In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 10:49L’uomo è presenza ingiustificata, ovvero potenza fine a se stessa.
Anche l’Altro è ingiustificabile nella sua presenza, soprattutto nella casualità, nell’incidentalità con cui lo incontra il Sé.
La presenza è irriducibile, inoggettivabile, inesauribile (Pareyson), ingiustificabile.
Lo stesso presente è inafferrabile, inesauribile, irrappresentabile (Bene), in quanto luogo della differenza, in quanto è la differenza stessa fra passato e futuro.
L’uomo è questa differenza (Pareyson la chiamava rapporto) fra l’Io (passato) e l’Altro (futuro), l’uomo sta in mezzo, non perché faccia la spola continuamente da un polo all’altro, ma perché è lo stesso confine. In questa accezione, come punto di contatto fra l’Io e l’Altro, intendo l’uomo; chiamo il punto di contatto convenzionalmente come Sé, per distinguerlo dall’Io, che è l’identità, il sedimento del Sé, in quanto passato.
L’uomo è dunque presenza inoggettivabile, irrappresentabile: non è il corpo, non è il nome, non è il pensiero; è sempre qualcosa di più, perché egli è inesauribile.
I fenomeni, come l’uomo, sono presenze ingiustificabili e inesauribili. L’inesauribilità deriva dalla potenza infinita che caratterizza la presenza, che coincide con la presenza. (La presenza coincide però anche con un atto, che in quanto atto è finito; si può dire che nella presenza coincidono paradossalmente la potenza e l’atto. Non si può dire infatti che l’essere presente non sia un atto, ma questo stesso atto è l’atto di essere continuamente presente, e quindi potente. )
L’uomo è consapevole di questa presenza; è proprio il fatto di esserne consapevole che qualifica la presenza come ingiustificabile, che la intende come una domanda (la presenza inconsapevole è come un affermazione; quella consapevole è già domanda) a cui manca la risposta, o meglio: una domanda che si risolve nel silenzio, che non si risolve (irriducibile, irrisolvibile…). La presenza ingiustificata, che è potenza fine a se stessa, produce tensione. Questa tensione è il peso della stessa potenza, della libertà. L’ingiustificato resta come sospeso, squilibrato. Ciò che non si giustifica non si risolve.
Il movimento e la comunicazione, l’atto in generale, tenta di risolvere continuamente l’ingiustificato giustificandolo mediante il collocamento nella rete dell’utile, ciò che logicamente è la rete dei significati; ogni cosa ha senso solo in quanto rimanda ad altro, e così via in una catena infinita.
Ogni cosa che è pesa. Pesa perché è ingiustificata. Giustificandosi, connettendosi alla rete dell’utile, si fornisce una risposta, e si elimina parte del peso e della tensione.
Quando io sono bambino, sono ingiustificato. Vedo un mondo da spettatore che è completamente giustificato, perché tutti agiscono, tutti tendono ad un fine; quello che appare è la rete dell’utile. Per imitazione quindi comincio anche io a giustificarmi (movimenti riflessi- giustificazioni; tutti riflessi, risposte), inizio a provare l’angoscia e il disagio quando non lo sono.
Gli uomini, però, pur lavorando incessantemente per giustificarsi, desiderano sempre tornare il più possibile all’ingiustificato. È un discorso parallelo a quello di Bataille sulla trasgressione organizzata; si cerca cioè di tornare all’ingiustificato all’interno della giustificazione, dopo che la vita organizzata secondo la giustificazione ha tolto la tensione, la paura dell’ingiustificato. (in questo caso al mio ingiustificato corrisponde l’inutile di Bataille) Si cerca un ingiustificato giustificato (trasgressione organizzata—morire vivendo, erotismo—aufheben)
Gli uomini vorrebbero guardarsi e parlarsi senza giustificazione, ma non riescono a reggere il peso della domanda della presenza. Devono rispondersi continuamente (“ciao.” “ciao”.”Come va?” “bene”…) così si scarica il peso, giustificando l’unica domanda che è quella che pone la presenza ingiustificata.
Il resto che si scarica quando si ritorna al livello 0 del possedere è proprio questa giustificazione. La presenza è come un fiume che deposita il suo peso, i detriti, sull’uomo; egli deve disfarsene giustificandoli.
L’attimo preso in sé non ha nessuna utilità, o senso, né giustificazione. Ha senso solo se gli si da una direzione, un utilità, se lo si inserisce in una catena di attimi che vanno da un passato a un futuro, se lo si colloca. L’attimo è sovrano, inutile, ingiustificato, come il presente, l’esistenza.
Nello stesso tempo
In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 09:59Gli uomini spinti dall’angoscia tendono al superamento della morte, che si concretizza in un incessante ricerca di formazione, di razionalizzazione dell’irrazionale. Questa formazione produce dei valori.
Questa formazione si attua più precisamente nell’organizzazione dei vocaboli della realtà, mediante scelte di volta in volta dettate da criteri guida (=valori). Ogni sistema di valori tenderà a sottrarre quanto più campo possibile alla morte e all’informe, mirando a un’organizzazione completa della totalità della realtà (organon).
Ora è evidente che questa organizzazione esige la circolazione del senso; anzi l’organizzazione è quella stessa circolazione del senso attraverso i vocaboli della realtà.
Dunque l’attività formativa mira a trasformare ogni vocabolo della realtà da feticcio (chiuso) a simbolo (aperto); [questo in modo che ogni cosa sia rito che richiami l’epifania tramite il mito (figlio-padre-spirito santo); ogni cosa deve diventare simbolo nel senso che deve ricordarmi il senso, richiamarmelo, riattualizzarlo continuamente, come il rito appunto].
[Chiuso per cosa? Aperto per cosa? Per il senso=pensiero=vita=realtà==movimento; il movimento e la simultaneità].
L’aspirazione più alta (che per Broch è messa in atto solo dall’arte) è quella di stringere simultaneamente tutta l’organizzazione, tutto il sistema di valori in un unico punto (opera d’arte).
Ora questa esigenza di simultaneità è un esigenza rivolta al tempo, cioè contro il tempo. In che senso?
“L’unione del passato e del futuro che caratterizza l’aspirazione del valore” dice Broch.
E questo si può ricondurlo al discorso dell’aspirazione erotica dell’uomo che vorrebbe vedere nello stesso tempo il mondo come potenza e il mondo come atto; il mondo come principio e il mondo come risultato (cfr. Pareyson protologia…), come finito e infinito, da fuori o da dentro, in modo estetico-risultativo o in modo etico-attivo, guardare e mangiare.
Ora a mio parere questa esigenza reattiva, formatasi dall’esigenza di superare la morte e quindi il tempo, fa tutt’uno con l’esigenza positiva di coincidere con l’adesso, con il presente; il tutto tenendo presente che questa sete di presente come condensazione di passato e futuro va confrontata con la sete ontologica di cui parla Eliade a proposito dell’uomo religioso. Eliade è da ricondurre a questi discorsi per il suo discorso del simbolo, per quello della creazione del cosmo dal caos e per la concezione del sacro come essere, come tempo vero e proprio, unica dimensione autenticamente attiva dell’uomo.
[Epifania-Mito-Rito]
Inoltre è da collegare a Bataille per l’alternanza di quotidiano, ovvero non-tempo, e straordinario, dimensione sovrana della vita, unico tempo autentico; Bataille si collega in generale anche al discorso del superamento della morte mediante l’erotismo e l’esperienza mistica, che sono da lui ricondotte appunto a questo common ground.
Da non scordare poi anche la dimensione economica di questo discorso, che si articola principalmente in due punti:
1- Il discorso sul lavoro: il lavoro, inteso in senso ampio, cioè lavoro come dimensione esistenziale normale e profana dell’uomo (o meglio come situazione in cui l’uomo viene a trovarsi, il modo in cui viene gettato nell’esistenza; discorso della continua opposizione fra il continuo pensiero del come vivere, cioè quello che qui chiamiamo formazione, il pensiero della vita con il senso, della vera vita, e del vivere intanto, del vivere la vita che si vive in modalità provvisoria, in modo alienato, senza esserci, senza essere) è ogni momento senza senso, ogni tempo inautentico, alienazione. Una volta il lavoro era superato tramite il sistema di valori (lavoro come rito, Eliade, Guenòn…); ma il lavoro in quanto tale, senza essere inquadrato in un sistema che permetta il suo superamento, è il non-tempo, l’immagine della scissione fra i tre tempi (in quanto il lavoro è l’opposto della simultaneità; in quanto il lavoro significa sempre il godimento di una parte della totalità tramite la negazione dell’altra—tramite il rifiuto, ovvero il sacrificio; e quindi non simultaneità, non tutte e due le cose insieme). Gli unici due casi nei quali infatti l’uomo finora è riuscito a superare il lavoro, nel senso hegeliano di mantenerlo ma all’interno di un diverso sistema di organizzazione nel quale siano superati, negati i suoi elementi negativi, sono stati la dimensione religiosa e la dimensione artistica. Il lavoro artistico è esso stesso godimento, è anche esso sacro, parte del tempo sensato, liberato. Il superamento del lavoro è quello stesso stato ideale di cui parlavamo prima, cioè il momento di condensazione dei tempi vissuto nell’esperienza del sacro, o della combustione-frizione del presente, in quanto è simultaneamente vivere e ricerca di come vivere, in quanto unisce in un unico momento le due dimensioni prima scisse mantenendole nella loro differenza, e soprattutto nel perfetto equilibrio della loro differenza. Va da sé che il come vivere sia un riferirsi alla vita come atto, quindi da fuori della vita stessa, mentre il vivere intanto come potenza, quindi dentro alla vita. Si vede da questo come questo discorso del lavoro tende allo stesso superamento della scissione dei tempi e alla conquista dell’essere in quanto presente; e questo perché, come si è detto, il lavoro è l’aspetto esistenziale, effettivo della scissione fra vita come potenza e vita come atto.
2- L’altro discorso economico è relativo a questa immagine della simultaneità, che richiama l’ideale specificamente capitalista dell’oggetto che si autoalimenta, che è autosufficiente. Per esempio la dinamo della bicicletta. È in questi termini economici che viene sentito il tempo se lo guardiamo dalla situazione del lavoro. Il lavoro, in quanto generale sacrificio di tempo inautentico per accedere ad un tempo autentico, in quanto profanazione di parte del tempo per accedere in futuro ad un tempo sovrano (in senso Batailliano), odia questa sua stessa scissione, e di conseguenza vorrebbe superarla come dicevamo al punto 1, e cioè con un meccanismo simile a quello della dinamo, dove una dimensione rimandi all’altra e viceversa, simultaneamente. Un immagine ideale di questa ispirazione potrebbe essere una festa che nel suo dissipare le risorse accumulate con il lavoro, nel suo scaricare la carica prodotta dal lavoro, in questo stesso scaricare, in qualche modo caricasse nuovamente quanto le serve per continuare, quindi si autoalimentasse. Un banchetto che nel suo consumare il cibo paradossalmente lo ricrei. Questi sono concetti economici che sono all’ordine del giorno: è il tema del sostenibile, del riciclaggio e del sistema autosufficiente che si propone come alternativa al capitalismo. Infatti il rifiuto è l’altra faccia della medaglia del lavoro; un sistema fondato sul lavoro produce rifiuto in quanto tale, cioè residuo non più utilizzabile, non più ricaricantesi. Ma è solo l’uomo che produce rifiuto: la natura no; la natura è fondata sul principio della dinamo della bicicletta, sull’autosostentamento. L’autosostentamento è appunto il superamento ad un tempo sia del lavoro sia del rifiuto, in quanto anelli di una medesima catena. Il rifiuto e il lavoro sono infatti le immagini del gap, dell’intervallo che separa il tempo profano dal tempo sacro. È quello che deve essere redento, che separa il mondo profano dall’eden. Il rifiuto è l’immagine estetico-risultativa-statica del gap, mentre il lavoro ne è quella etico-attiva-dinamica.
Un altro discorso legato a Eliade e a tutto il resto è quello della fede; della fede come quello stesso stato di coincidenza col presente, di tempo sacro; fede come liberazione dalla ricerca del senso. È in questo senso che la fede redime il mondo e l’uomo; li redime dalla colpa di dover trovare un senso, di trovare un come. Infatti la fede è il presente in quanto è la fine della scissione fra vivere intanto e vita sacra, fine della dicotomia fra cercare come vivere e vivere. La fede non è in questo senso un trovare qualcosa, così come Dio o il senso non stanno in qualcosa che ancora non c’è, non stanno nel futuro [questa sarebbe idolatria, feticismo; se diciamo che il senso o Dio o il tempo sacro sono nel futuro, vuol dire che si identificano con qualcosa di finito, con un evento; quindi vuol dire che ricerchiamo quella prova e allo stesso tempo quel feticcio che ci dimostri Dio]; ma sono già qua, come in Pareyson, sono sempre stati qua sotto i nostri occhi e hanno già vinto il male da sempre. Il trovare quindi si presenta come lo stesso smettere di cercare. “Che cosa cerchi?” “Cerco di non dover più cercare” e qui si autoinviluppa, e questa è la preghiera. Differenza fra volontà e preghiera; volontà, preghiera, desiderio, snobismo (volontà che anticipa la realtà; reattiva, muscolare).
È questo il lavoro che infatti è l’immagine, il castigo di Dio; e questo perché il lavoro è l’essere perduti, scissi, il ricercare Dio dopo che egli è sparito dal mondo, o meglio dopo che noi non sappiamo più vederlo.
Liberazione dal lavoro e redenzione-fede sono dunque la medesima cosa.
Il superamento sensuale della morte, cioè il rifugio nel presente, è ingenuo solo se si pensa al presente chiuso, come feticcio, estetismo fine a se stesso separato dal passato e dal futuro. Se si pensa invece al presente come l’ho definito in questi scritti, cioè come condensazione dei tempi, come simultaneità assoluta, quintessenza del tempo, scaturire del tempo, come combustione, Dio, senso, realtà, vita, in qualsiasi modo lo si voglia chiamare..esso è il modo di vedere la vita dopo il superamento della morte e del tempo, cioè il modo artistico-religioso. Il mondo e la vita redenti, salvati, liberati dall’angoscia. Quindi appagamento sensuale nel senso che è un superamento della morte tramite l’equilibrio erotico del tempo, la simultaneità. Ma non solo erotico, in senso più ampio, cioè a tutti i livelli, erotico, estetico, etico, cosmico…nel senso di stato in cui io mi trovo al centro di un cosmo nel centro del tempo.
Il motivo per cui quando si vuole se stessi in un certo modo si può solo pregare è che si può riuscire solamente se questo viene spontaneo. Quindi si prega Dio che ci venga spontaneo di essere come vogliamo. Altrimenti, c’è negazione dialettica di quello che siamo ora, non spontaneità, volontà reattivo-muscolare e scissione (lavoro).
Perché il presente dovrebbe essere il momento di unione originaria, nel senso dell’attimo da cui scaturisce il tempo? Perché nell’attimo presente, quello ancora preesistente alla scissione introdotta dal mio essere cosciente di quell’attimo, le cose non sono per davvero né atto né potenza, sono tutti e due assieme simultaneamente, ovvero scaturiscono, accadono. Esplodono dal nulla. Adesso significa proprio quell’essere della realtà che è nello stesso tempo accaduto e che deve ancora accadere. Appunto, che sta accadendo. Cosa vuol dire “sta accadendo”? è il centro ineffabile, non misurabile da cui scaturisce il tempo. (Mosè, separazione delle acque; analogamente noi passiamo, ci muoviamo attraverso il presente separando le acque che rappresentano i due tempi; alla nostra sinistra il passato, alla nostra destra il futuro.)
Il punto del simbolo e della condensazione-simultaneità sta nell’aprire tutte le cose al senso, e quindi nella partecipazione al senso. Io so che il senso c’è, in quanto c’è il presente, l’attimo, anche se io ancora non lo colgo. Si tratta di far partecipare tutte le cose a tutte le cose; partecipare del senso, della combustione del presente. Ogni cosa si redime quando partecipa del senso, quando la lego al sistema, quindi quando la apro, quando diventa da feticcio chiuso in se stesso a simbolo del mondo, unione di particolare e universale, appunto partecipazione. Così sia il mondo che me stesso devono partecipare al senso; così si redimerà la vita. –cfr. erotismo-partecipazione-invidia.