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Libertà, Differenza, Combustione (seconda parte)

In Filosofia on 10 Aprile 2009 at 13:35

Ma il fuoco non viene nemmeno solamente dal vuoto. Viene anche dal combustibile, dalla materia piena. Il fuoco è mistero, il fuoco scaturisce. Il fuoco è così efficace come metafora del vivente perchè è movimento, ed è il prodursi dell’energia; l’energia, anche nelle cellule, si produce col bruciare la materia. La scintilla è sempre scoppio. Se pensiamo che la scienza ci dice che il nostro universo è nato da uno scoppio, il fuoco diventa una metafora cosmica. Gli esseri viventi sono esseri portatori del fuoco, che custodiscono il fuoco dentro di loro grazie alla loro natura cava.
Questo bruciare ciò che arriva da fuori è trasformare il dato, morto e necessario, in energia, quindi in potenzialità, in libertà.
L’energia che è prodotta dalla combustione è libertà solo se c’è un soggetto cavo che la custodisce, se cioè c’è qualcosa che sa e può usarla. L’energia è solo la materia della libertà. Quindi l’organismo vitale è un trasformatore che prende il morto, il necessario, ciò che è pieno, costretto e lo scompone; da questa scomposizione ricava libertà, energia, potenza.
Il vivente è una forza che trasforma la necessità in libertà, mediante la combustione. Ecco perchè i termini linguistici associano spesso la combustione con la liberazione (catarsi, purificazione-da pùr, fuoco). Ora, la combustione interna del vivente cos’è se non un negare interno ad un identità esteriore che si mantiene?
Nel dividere la materia si libera l’energia: in questo c’è tutto (scissione dell’atomo). Ecco che non c’è libertà senza forza, e non c’è forza senza libertà. Nel senso che la forza, l’energia, nasce da una liberazione, una scissione di ciò che era identico, da una creazione di un intervallo: dalla creazione di una differenza. Ma anche la libertà non è reale senza la forza, cioè senza la possibilità, senza la materia necessaria ad esercitare la libertà. Insomma, la differenza è la mera esistenza della possibilità, ed è quindi l’aspetto formale della libertà. Mentre invece la forza è la “possibilità di cogliere la possibilità”, l’aspetto materiale della libertà, che altrimenti sarebbe mero arbitrio. Lo stesso discorso per la definizione di movimento: nella nozione di movimento sono tutt’uno il vuoto, lo spazio necessario al movimento, e la forza che mi permette di spostarmi. Dire movimento implica l’esistenza di uno spazio e di una forza.
Tornando al piano della distinzione mondo dell’essere/mondo del fare, vediamo che quando si produce la differenza del mondo del fare, ne consegue la sua libertà; ma con questo si libera anche il mondo dell’essere. Il fatto è che con la differenza si è creato un intervallo, cioè uno spazio entro il quale ci si può muovere. Io sono libero perchè dico: “Io non sono ciò che sto facendo”; c’è un intervallo fra ciò che faccio e ciò che sono. E’ precisamente questo divario (che è un divario nell’unità, perchè sono io che faccio e io che sono) lo spazio che utilizza il movimento ironico.
Questo è dato dal fatto che quando io faccio, comunque continuo ad essere. Grazie al fatto che in quel momento io sono anche quello che non sono, nel senso che sono anche quello che non sto facendo, l’esistenza di questo divario mi permette di essere libero, cioè di liberarmi dall’essere identico al mio essere; e liberarsi dall’identità vuol dire creare una differenza.

Provare la vita

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:57

Si concepisce l’esistenza, la vita come un voler trovare qualcosa, come un cercare. Cercare sotto il nome di qualcosa è sempre cercare la necessità; vale a dire: le altre cose che si cercano sono solo maschere, sotto alle quali si cerca sempre la necessità, la giustificazione.
Questo processo è una vita come condanna; la vita come inferno è la condanna a schiavizzarsi progressivamente, ad annullarsi, tendere a scomparire, a “non avere niente di strano, niente di casuale”. A confondersi, giustificarsi, sparire (rendersi trasparenti al posto di opachi; uomo trasparente e uomo opaco; il primo giustificato, solo il secondo è vero corpo, presenza ingiustificata).
L’unica cosa che si può veramente trovare, nel senso di qualcosa di davvero nuovo, una vera aggiunta che è però solo riconoscimento, accensione di qualcosa che giace spento, e non condanni all’eterna coazione a ripetere della necessità è la libertà, la mia libertà.
Trovare la libertà è uno smettere di cercare non in generale, ma di cercare per necessitarsi. In altre parole, si continuerà sempre a cercare, a trasformare il dato; non muore il movimento, la realtà è anzi ancora più dinamica; solamente non si cerca per giustificarsi. Non si cerca credendo di trovare nel trovato un ultima parola, una necessità. E l’evento che accade quando non cerco più un’ultima parola è che l’ultima parola diventa la mia libertà presente. L’ultimo diventa il già. Quando ragionavo in termini di necessità alienavo la mia salvezza, perché la vedevo in un futuro; mi alienavo, ponendo la mia giustificazione, la mia fede, il mio ricongiungimento con me nel futuro, e cioè in un ultimo imprecisato.
È smettere di cercare un ultimo perché si riconosce che si ha già ciò di cui si ha bisogno, e cioè la libertà. Questo è la fede stessa. Prima, si crede che per essere salvi, bisogna essere giustificati, bisogna fare, dire, essere qualcosa. Si crede che per salvarsi debba avvenire un atto, un ultimo evento che sancisca l’inizio della vita salvata, giustificata. Questo è l’approccio discorsivo, dimostrativo, empirico, necessitaristico alla vita: per credere in una cosa, devo avere una prova, deve avvenire un atto concreto, devo dimostrarla, comprovarla. L’altro è l’approccio della fede, che dice che non c’è ultima parola, o meglio dice che l’ultima parola è già stata detta, in modo che si è dispensati dell’ultima parola. Che è lo stesso dell’amore, alla fine. Amare-avere fede, credere in qualcosa è non chiedere più niente a questa cosa. È considerarlo come finito; che non è un volerlo essenzializzare, immobilizzare, necessitare: è l’opposto, è un volerlo liberare dal doversi giustificare, dal doversi dimostrare, provare, dal rendersi degno. Lo sguardo della fede non è più condizionamento: lo sguardo della fede libera il suo oggetto, perché non gli chiede qualcosa, non gli chiede un sovrappiù oltre a se stesso per credere alla sua realtà. Ci crede e basta. La fede è quindi un atto ingiustificato che crede a qualcosa di ingiustificato. Che vuol dire: la fede è un atto libero che crede in qualcosa di libero.
E lo sguardo della fede è lo stesso dello sguardo artistico, dello sguardo fine a se stesso: lo sguardo dell’arte, il giudizio estetico kantiano, libera la cosa perché la vede in modo fine a se stesso, finito, compiuto, autotelico. La cosa d’arte è una cosa ingiustificata, e noi come fruitori diamo il consenso a un ingiustificato, e invece che deriderlo come ridicolo, come faremmo nella vita quotidiana, della necessità, dell’utile, consideriamo questa cosa inutile in se stessa molto seriamente, seriamente come la serietà dei bambini nel gioco, che è la serietà più intensa e assieme la più autentica. (Callois; Bataille). È in questo senso che la fede rimette i debiti: non chiede più niente, non chiede quello che si dovrebbe chiedere. In questo senso libera il suo oggetto. Il guardato è liberato dal suo debito nei confronti di colui che guarda, l’uomo osservato è dispensato dal comportarsi nei confronti dell’uomo che lo osserva.
Trovare la libertà si può intendere quindi anche come liberare se stessi per mezzo della fede, fede in se stessi e negli altri. La fede ha già fede nell’oggetto, prima che questi si giustifichi e si sia reso degno di fede. È interessante il fatto che la mia salvezza riposa sia nelle mie mani che in quelle dell’altro, nel senso: io devo avere fede in me stesso e in quell’altro, e quell’altro deve avere fede in me e in se stesso. Altrimenti, non ci si libera, non ci si salva. Solo nell’altro stanno le mie speranze di salvezza. È solo l’altro che mi può dispensare dal debito: se io stessi ipoteticamente da solo, non potrei mai estinguerlo, perché il debito è la mia stessa presenza al mondo.
Quindi trovare qualcosa che si aveva prima di cercare, trovare ciò che si ha già.
Trovare la libertà è la svolta di una vita che smette di concepirsi come schiava, imbarazzata e inizia a concepirsi come vita trovata, sovrana, coraggiosa (nel senso del coraggio della fede, che crede senza le prove, che crede senza sapere dove va a finire; vedi fede-fiducia-sicurezza-soddisfazione).
Non più una vita in funzione, e quindi alienata; ma vita in se stessa. Non più vita mediata dalla vita futura, ma vita immediata.
Fermare il mondo, tacere, trascendere, rompere la serie a catena, l’ansia nervosa di giustificarsi, di sparire in un gesto utile, in un comportamento: fermarsi e pensare che io ero, vivevo anche prima di iniziare questa serie; cos’ero io prima di asservirmi, prima di iniziare a cercare di giustificarmi? Pensare a ciò che già sono.
Non più vita che fugge da sé, che si difende da sé, ma vita che non deve più nascondersi, vita salvata e vita liberata, nuda, vita impotente e inutile.
Una presenza libera è una presenza dispensata dall’essere comprovata, doppiata.

È chiaro che anche il discorso della premeditazione e del sistema chiuso-aperto, viaggio a piedi e in macchina, è da ricondurre al discorso dell’ingiustificato e della ricerca della necessità.

La ricerca della verità, e in ogni caso ogni ricerca è una ricerca di necessitarsi, farsi sempre più necessario, di sostituire il giustificato all’ingiustificato. L’uomo vuole la verità, l’essere, Dio, l’Aleph..quel punto necessario dal quale tutto possa finalmente essere pietrificato, necessario, morto. L’uomo ha già la verità, l’oggetto della ricerca: l’uomo cerca sé libero, che è nello stesso tempo cercare sé dopo aver trovato la necessità e cercare sé prima di aver iniziato a cercare. (escatologia/ protologia di Pareyson). Io cerco l’io che dirà l’ultima parola, come quell’io che l’ha già detta.
Anche la ricerca dell’istante, dell’ultima parola per esaurirsi, sono ricerca di necessità: l’unica conquista possibile è una conquista di ciò che si ha prima di conquistare; è la libertà che è stata soffocata dalla ricerca della necessità.

Libertà, differenza, combustione

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:43

La volontà di giustificazione è anche l’istinto totalizzante del pensiero umano (eguaglianza, contrappeso). L’ingiustificato è parziale, è squilibrato, sbilanciato, ed è come se rimanesse a metà; l’ingiustificato può infatti essere inteso anche come resto, come di più o come di meno. Il giustificato è sempre 0.
Ogni cosa, nel suo apparire, provoca uno squilibrio. È lo stesso presentarsi della cosa, il suo liberarsi dallo sfondo, dalla catena uniforme di fenomeni, che fa tutt’uno con la mia astrazione. Non ha molto senso chiedersi se sono io a liberare la cosa con il mio astrarre o la cosa si libera da sé nella sua configurazione: il fatto è che questa cosa avviene, succede, e lo esprimo in termini impersonali perché anche nel caso che fossi io a liberare la cosa non lo farei in modo conscio; il desiderio di una cosa mi viene, sicuramente non dalla mia volontà; al massimo avviene a causa mia ma nel senso di a causa del mio inconscio.
La cosa, in questo suo presentarsi, si astrae e si libera (per approfondire il discorso del darsi/liberarsi della cosa, continuare quello sulla facciata) dal contesto-sfondo-concreto, dall’essere-assieme-con, dal confondersi. Liberandosi, mi colpisce, perché si libera solo in quanto io le do spazio, in quanto io sono un vuoto che la accoglie (due mondi: fuori e dentro); la cosa trova spazio, via di fuga in me, e attraverso questo fuggire in me si libera dal pieno-costretto che la incatenava immobile allo sfondo. L’uomo si abitua gradualmente a non considerare le continue astrazioni che lo bombardano, specialmente nel mondo moderno (il troppo pieno di stimoli come una delle cause del risparmiarsi patologico).
Nel loro offrirsi le cose sono squilibrate, ingiustificate, astratte, sospese e quindi irrisolte, insolute. Il quotidiano, il normale è lo stesso sfondo, l’anonimo-uniforme, l’indifferenziato (punto da chiarificare). Ora, da questo sfondo si astraggono, si liberano delle cose (generalmente ciò che si libera è ciò che io desidero, ciò che mi eccita, che stimola la mia curiosità; mi attira perché è simile a me però non è esattamente me—aufheben—per esempio la donna per l’uomo; la donna è della stessa specie dell’uomo, però è differente da lui; è uguale e differente nello stesso tempo). Dire: identico e differente è ciò che si dovrebbe dire di ogni Altro; e questo concetto di identico-differente (aufheben) può costituire anche una definizione del concetto di libertà, nel senso di distinguerla dal puro arbitrio.
La libertà esce (proprio nel senso fisico dello scaturire) dall’essere differente, dalla differenza; perché la differenza è sempre una trascendenza, quindi è un abisso, un salto nel quale può aver luogo l’inesauribilità, il non-definitivo (che è l’impesabilità, l’irriducibilità di una cosa ad un’altra cosa).
Il dire: questa cosa è differente dall’altra, vuol dire che non è riducibile, non è esauribile, non è identificabile con l’altra.

È questo il resto, il sovrappiù della differenza (vedi il rapporto fra resto così concepito ed essenza nella concezione aristotelica—la peculiarità dell’individuo è il suo aspetto irriducibile), che uno vorrebbe sempre giustificare, quindi annullare.
Nei rapporti umani, il riconoscimento di questa irriducibilità si chiama rispetto. Il rispetto è esattamente il riconoscimento della differenza fra me e l’altro, con l’impegno di non chiedere all’altro di risolversi in me, di non voler ridurre l’altro a me. In questo senso, come non-chiedere-di-più, è molto vicino al concetto di fede (il chiedere qualcosa in più è esattamente la volontà di eliminare, di azzerare il resto che contraddistingue l’ingiustificato).
Qui c’è il discorso del possesso: possedere non è acquisire, nel senso di andare in positivo, ma è giustificare, azzerare, riportare all’equilibrio, al livello 0 qualcosa che mancava, che si era configurato come negativo, come sovrappiù nella sua astrazione dallo sfondo.
È quindi il nulla, il vuoto che permette la differenza e quindi la libertà.
Ciò che è pieno è necessariamente identico. Non vi è libertà dove non vi è vuoto, perché libertà è libertà di movimento, libertà è la via di fuga.
Ciò che invece ha dei vuoti, ha delle parti, è differente. Ed è solamente il vuoto che mi permette la libertà. Per capirlo, basta visualizzarci i due modi in cui si dà concretamente il vuoto: il vuoto spaziale e il vuoto temporale, che si riducono comunque ad un unico tipo.
È solo perché c’è del vuoto intorno a me che io posso muovermi, come solamente grazie a quel vuoto temporale che è il futuro io posso avere ancora tempo, che è la condizione per il mio agire, quindi per la mia libertà.
Essere circondato dal vuoto: ecco la mia libertà. Grazie al vuoto, io posso muovermi; del resto è semplice capire che senza vuoto io sarei tutto, sarei pieno. Questo equivale a dire che non c’è libertà senza possibilità; la libertà sconnessa dalla possibilità intesa come reale occasione, è mero arbitrio, è astrazione.
Anche biologicamente, non vi è vita nelle cose piene. Dentro al sasso non si muove nulla. Il sasso infatti non è cavo, non ha spazio al suo interno; è completamente pieno, in esso non può accadere nulla perché ci vuole un luogo dove qualcosa accada, uno spazio, e nel sasso questo spazio non è disponibile.
Le cose piene sono quindi prive di vita. Per diventare vita, una cosa deve vuotarsi, fare spazio dentro di sé, diventare cava; il che non vuol dire diventare vuoto, vuol dire avere un interno e un esterno o meglio essere un vuoto delimitato, un nulla positivo. Anche l’unità base della vita, la cellula, ha la sua caratteristica principale nel fatto di essere una membrana, e quindi nel fatto di costituire un interno, in cui le cose possono entrare e uscire.

Da qui sarebbe interessante parlare del mito ebraico della creazione dell’universo da parte di Dio. Il problema è: se egli non ha nulla al di fuori di sé, come fa a creare? Per creare bisognerebbe creare qualcosa fuori di sé; il problema è “risolto” dicendo che Dio inspira e si ritrae in sé stesso, in modo da generare un vuoto dentro di sé. Dall’Uno ne vengono Due, che comunque rimangono nell’Uno. Ecco che io pur rimanendo Uno posso essere sia vuoto che pieno.
Allo stesso modo la vita deve essere cava. Non c’è niente che sia vivo senza essere cavo, senza avere una differenza fra interno ed esterno.
Solo con dei vuoti che intervallano il tutto si può dare la parzialità; dato che nel Tutto non c’è alcuna libertà, perché il Tutto è finito, non ha alcun vuoto fuori di sé, nel senso che non ha nemmeno il nulla fuori di sé; il tutto è sempre identico, il tutto non dura, non ha tempo. Solamente la parzialità non è finita, è infinita, nel senso che non è mai tutto, quindi non è mai esaurita. In quanto non è finita, la parzialità dispone del vuoto; ora, questo disporre del vuoto (o del tempo) è precisamente la libertà.
Ecco in che cosa la libertà è possesso. Libertà è poter disporre del vuoto, del tempo e quindi della potenzialità. È sostanzialmente libertà di movimento in senso ampio.
Dunque io non è che essendo libero sia vuoto; è che il vuoto è l’immagine stessa della possibilità, un non ancora che esiste concretamente come posto non occupato, disponibile.
L’immagine del fuoco è forse quella che rende meglio: senza spazio, senza vuoto, il fuoco non può bruciare.

(Continua. Fine prima parte)

Vivere intanto

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:38

Vivere intanto= presente in funzione, schiavo del futuro.

Esplorare il concetto di facciata intesa come maschera. La chiamo facciata invece di maschera perché il termine maschera ha oggi un connotato negativo, mentre le mie intenzioni sono quelle di epurarla da questa connotazione negativa.
Il discorso è che le cose si danno solo in termini di facciate, che vuol dire anche pieghe, e questo non è negativo o positivo, è quello che è.
La facciata è ciò che si dà e assieme non si dà, che si concede ma nello stesso tempo si risparmia. Il dire che ciò che vedo è facciata, vuol dire che ciò che vedo si dà ma non completamente, cioè si concede e si risparmia nello stesso tempo, o meglio, il suo concedersi è anche il suo risparmiarsi. Il fatto è che dipende dal modo in cui guardiamo una cosa il considerarla come cosa che si concede o come cosa che si risparmia. La concessione e il risparmio della cosa sono due astrazioni, due punti di vista parziali dettati da una considerazione prospettivistica della cosa. Quello che è reale è solo la cosa come facciata, cioè come unione di concedersi e risparmiarsi. Più precisamente, il risparmiarsi è l’aspetto temporale-dinamico della cosa, se si vuole la potenza della cosa. Il concedersi invece è l’aspetto atemporale-statico, l’atto della cosa. Una cosa è sempre insieme atto e potenza, nella misura in cui diviene, cioè è ma è anche quello che non è, cioè è e nello stesso tempo può (esattamente il gioco di parole di Cusano, quando dice che l’essere delle cose è il possest). Il possest è la cosa che è, in quanto si concede, e assieme che può, in quanto si risparmia, nel medesimo attimo e in tutti gli attimi dell’esistenza dell’uomo.
(c’è qui anche il solito discorso che niente si risparmierebbe se qualcosa non si concedesse; la coincidenza delle due dimensioni è data dall’interdipendenza, dall’interrelatività dei termini: senza concessione non c’è risparmio, e senza risparmio non c’è concessione—per spiegare ques’ultimo vedi in Pareyson il discorso sull’essere che è essere solo perché è inesauribile: essere è il nome che si dà all’inoggettivabile; l’essere infatti è inoggettivabile in quanto è tempo, quindi in quanto non finisce mai; il fatto che le cose esistano vuol dire che non sono finite). 

Ricongiungere la vita scissa, disgraziata, il vivere e il vivere intanto. Ecco perché il quotidiano è così legato al lavoro, perché è la necessità di guadagnarmi da vivere, cioè la necessità di risparmiarmi per il futuro, che mi fa vivere intanto. Vivere intanto è il vivere in funzione del Vivere (con la maiuscola si intende il vivere in cui si è ottenuta la licenza di esaurirsi—ponte di collegamento fra questo discorso e il discorso sul giustificato: il Vivere è il vivere giustificato; l’ingiustificato si risparmia, il giustificato si può esaurire). (per es. intanto che si pensa a come vivere bisogna vivere).
Oppure: aspetto di decidere, ma mentre aspetto devo vivere intanto.
Il vivere intanto implica già il risparmiarsi, fa tutt’uno con esso. Vivere intanto è aspettare di Vivere, risparmiare la Vita. È vivere aspettando di Vivere.

C’è una vita nella Vita. C’è la vita che si cerca di vivere, e la vita che si vive intanto che non si è trovato come.
È come se fosse una conversazione continuamente interrotta: cerco come vivere, poi devo vivere intanto che cerco (interruzione della Vita prodotta dalla vita). Questo “intanto” è l’abbandonarsi all’anonimato, al quotidiano. Questa visione implica la convinzione che si possa riscattare la Vita per mezzo della vita, lo straordinario per mezzo del quotidiano, ma questo non avviene, perché si finisce per risparmiare sempre, e non ci si vuole mai esaurire.

Nello stesso tempo

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 09:59

Gli uomini spinti dall’angoscia tendono al superamento della morte, che si concretizza in un incessante ricerca di formazione, di razionalizzazione dell’irrazionale. Questa formazione produce dei valori.
Questa formazione si attua più precisamente nell’organizzazione dei vocaboli della realtà, mediante scelte di volta in volta dettate da criteri guida (=valori). Ogni sistema di valori tenderà a sottrarre quanto più campo possibile alla morte e all’informe, mirando a un’organizzazione completa della totalità della realtà (organon).
Ora è evidente che questa organizzazione esige la circolazione del senso; anzi l’organizzazione è quella stessa circolazione del senso attraverso i vocaboli della realtà.
Dunque l’attività formativa mira a trasformare ogni vocabolo della realtà da feticcio (chiuso) a simbolo (aperto); [questo in modo che ogni cosa sia rito che richiami l’epifania tramite il mito (figlio-padre-spirito santo); ogni cosa deve diventare simbolo nel senso che deve ricordarmi il senso, richiamarmelo, riattualizzarlo continuamente, come il rito appunto].
[Chiuso per cosa? Aperto per cosa? Per il senso=pensiero=vita=realtà==movimento; il movimento e la simultaneità].
L’aspirazione più alta (che per Broch è messa in atto solo dall’arte) è quella di stringere simultaneamente tutta l’organizzazione, tutto il sistema di valori in un unico punto (opera d’arte).
Ora questa esigenza di simultaneità è un esigenza rivolta al tempo, cioè contro il tempo. In che senso?
“L’unione del passato e del futuro che caratterizza l’aspirazione del valore” dice Broch.
E questo si può ricondurlo al discorso dell’aspirazione erotica dell’uomo che vorrebbe vedere nello stesso tempo il mondo come potenza e il mondo come atto; il mondo come principio e il mondo come risultato (cfr. Pareyson protologia…), come finito e infinito, da fuori o da dentro, in modo estetico-risultativo o in modo etico-attivo, guardare e mangiare.
Ora a mio parere questa esigenza reattiva, formatasi dall’esigenza di superare la morte e quindi il tempo, fa tutt’uno con l’esigenza positiva di coincidere con l’adesso, con il presente; il tutto tenendo presente che questa sete di presente come condensazione di passato e futuro va confrontata con la sete ontologica di cui parla Eliade a proposito dell’uomo religioso. Eliade è da ricondurre a questi discorsi per il suo discorso del simbolo, per quello della creazione del cosmo dal caos e per la concezione del sacro come essere, come tempo vero e proprio, unica dimensione autenticamente attiva dell’uomo.
[Epifania-Mito-Rito]
Inoltre è da collegare a Bataille per l’alternanza di quotidiano, ovvero non-tempo, e straordinario, dimensione sovrana della vita, unico tempo autentico; Bataille si collega in generale anche al discorso del superamento della morte mediante l’erotismo e l’esperienza mistica, che sono da lui ricondotte appunto a questo common ground.
Da non scordare poi anche la dimensione economica di questo discorso, che si articola principalmente in due punti:
1-    Il discorso sul lavoro: il lavoro, inteso in senso ampio, cioè lavoro come dimensione esistenziale normale e profana dell’uomo (o meglio come situazione in cui l’uomo viene a trovarsi, il modo in cui viene gettato nell’esistenza; discorso della continua opposizione fra il continuo pensiero del come vivere, cioè quello che qui chiamiamo formazione, il pensiero della vita con il senso, della vera vita, e del vivere intanto, del vivere la vita che si vive in modalità provvisoria, in modo alienato, senza esserci, senza essere) è ogni momento senza senso, ogni tempo inautentico, alienazione. Una volta il lavoro era superato tramite il sistema di valori (lavoro come rito, Eliade, Guenòn…); ma il lavoro in quanto tale, senza essere inquadrato in un sistema che permetta il suo superamento, è il non-tempo, l’immagine della scissione fra i tre tempi (in quanto il lavoro è l’opposto della simultaneità; in quanto il lavoro significa sempre il godimento di una parte della totalità tramite la negazione dell’altra—tramite il rifiuto, ovvero il sacrificio; e quindi non simultaneità, non tutte e due le cose insieme). Gli unici due casi nei quali infatti l’uomo finora è riuscito a superare il lavoro, nel senso hegeliano di mantenerlo ma all’interno di un diverso sistema di organizzazione nel quale siano superati, negati i suoi elementi negativi, sono stati la dimensione religiosa e la dimensione artistica. Il lavoro artistico è esso stesso godimento, è anche esso sacro, parte del tempo sensato, liberato. Il superamento del lavoro è quello stesso stato ideale di cui parlavamo prima, cioè il momento di condensazione dei tempi vissuto nell’esperienza del sacro, o della combustione-frizione del presente, in quanto è simultaneamente vivere e ricerca di come vivere, in quanto unisce in un unico momento le due dimensioni prima scisse mantenendole nella loro differenza, e soprattutto nel perfetto equilibrio della loro differenza. Va da sé che il come vivere sia un riferirsi alla vita come atto, quindi da fuori della vita stessa, mentre il vivere intanto come potenza, quindi dentro alla vita. Si vede da questo come questo discorso del lavoro tende allo stesso superamento della scissione dei tempi e alla conquista dell’essere in quanto presente; e questo perché, come si è detto, il lavoro è l’aspetto esistenziale, effettivo della scissione fra vita come potenza e vita come atto.
2-    L’altro discorso economico è relativo a questa immagine della simultaneità, che richiama l’ideale specificamente capitalista dell’oggetto che si autoalimenta, che è autosufficiente. Per esempio la dinamo della bicicletta. È in questi termini economici che viene sentito il tempo se lo guardiamo dalla situazione del lavoro. Il lavoro, in quanto generale sacrificio di tempo inautentico per accedere ad un tempo autentico, in quanto profanazione di parte del tempo per accedere in futuro ad un tempo sovrano (in senso Batailliano), odia questa sua stessa scissione, e di conseguenza vorrebbe superarla come dicevamo al punto 1, e cioè con un meccanismo simile a quello della dinamo, dove una dimensione rimandi all’altra e viceversa, simultaneamente. Un immagine ideale di questa ispirazione potrebbe essere una festa che nel suo dissipare le risorse accumulate con il lavoro, nel suo scaricare la carica prodotta dal lavoro, in questo stesso scaricare, in qualche modo caricasse nuovamente quanto le serve per continuare, quindi si autoalimentasse. Un banchetto che nel suo consumare il cibo paradossalmente lo ricrei. Questi sono concetti economici che sono all’ordine del giorno: è il tema del sostenibile, del riciclaggio e del sistema autosufficiente che si propone come alternativa al capitalismo. Infatti il rifiuto è l’altra faccia della medaglia del lavoro; un sistema fondato sul lavoro produce rifiuto in quanto tale, cioè residuo non più utilizzabile, non più ricaricantesi. Ma è solo l’uomo che produce rifiuto: la natura no; la natura è fondata sul principio della dinamo della bicicletta, sull’autosostentamento. L’autosostentamento è appunto il superamento ad un tempo sia del lavoro sia del rifiuto, in quanto anelli di una medesima catena. Il rifiuto e il lavoro sono infatti le immagini del gap, dell’intervallo che separa il tempo profano dal tempo sacro. È quello che deve essere redento, che separa il mondo profano dall’eden. Il rifiuto è l’immagine estetico-risultativa-statica del gap, mentre il lavoro ne è quella etico-attiva-dinamica.

Un altro discorso legato a Eliade e a tutto il resto è quello della fede; della fede come quello stesso stato di coincidenza col presente, di tempo sacro; fede come liberazione dalla ricerca del senso. È in questo senso che la fede redime il mondo e l’uomo; li redime dalla colpa di dover trovare un senso, di trovare un come. Infatti la fede è il presente in quanto è la fine della scissione fra vivere intanto e vita sacra, fine della dicotomia fra cercare come vivere e vivere. La fede non è in questo senso un trovare qualcosa, così come Dio o il senso non stanno in qualcosa che ancora non c’è, non stanno nel futuro [questa sarebbe idolatria, feticismo; se diciamo che il senso o Dio o il tempo sacro sono nel futuro, vuol dire che si identificano con qualcosa di finito, con un evento; quindi vuol dire che ricerchiamo quella prova e allo stesso tempo quel feticcio che ci dimostri Dio]; ma sono già qua, come in Pareyson, sono sempre stati qua sotto i nostri occhi e hanno già vinto il male da sempre. Il trovare quindi si presenta come lo stesso smettere di cercare. “Che cosa cerchi?” “Cerco di non dover più cercare” e qui si autoinviluppa, e questa è la preghiera. Differenza fra volontà e preghiera; volontà, preghiera, desiderio, snobismo (volontà che anticipa la realtà; reattiva, muscolare).
È questo il lavoro che infatti è l’immagine, il castigo di Dio; e questo perché il lavoro è l’essere perduti, scissi, il ricercare Dio dopo che egli è sparito dal mondo, o meglio dopo che noi non sappiamo più vederlo.
Liberazione dal lavoro e redenzione-fede sono dunque la medesima cosa.

Il superamento sensuale della morte, cioè il rifugio nel presente, è ingenuo solo se si pensa al presente chiuso, come feticcio, estetismo fine a se stesso separato dal passato e dal futuro. Se si pensa invece al presente come l’ho definito in questi scritti, cioè come condensazione dei tempi, come simultaneità assoluta, quintessenza del tempo, scaturire del tempo, come combustione, Dio, senso, realtà, vita, in qualsiasi modo lo si voglia chiamare..esso è il modo di vedere la vita dopo il superamento della morte e del tempo, cioè il modo artistico-religioso. Il mondo e la vita redenti, salvati, liberati dall’angoscia. Quindi appagamento sensuale nel senso che è un superamento della morte tramite l’equilibrio erotico del tempo, la simultaneità. Ma non solo erotico, in senso più ampio, cioè a tutti i livelli, erotico, estetico, etico, cosmico…nel senso di stato in cui io mi trovo al centro di un cosmo nel centro del tempo.

Il motivo per cui quando si vuole se stessi in un certo modo si può solo pregare è che si può riuscire solamente se questo viene spontaneo. Quindi si prega Dio che ci venga spontaneo di essere come vogliamo. Altrimenti, c’è negazione dialettica di quello che siamo ora, non spontaneità, volontà reattivo-muscolare e scissione (lavoro).

Perché il presente dovrebbe essere il momento di unione originaria, nel senso dell’attimo da cui scaturisce il tempo? Perché nell’attimo presente, quello ancora preesistente alla scissione introdotta dal mio essere cosciente di quell’attimo, le cose non sono per davvero né atto né potenza, sono tutti e due assieme simultaneamente, ovvero scaturiscono, accadono. Esplodono dal nulla. Adesso significa proprio quell’essere della realtà che è nello stesso tempo accaduto e che deve ancora accadere. Appunto, che sta accadendo. Cosa vuol dire “sta accadendo”? è il centro ineffabile, non misurabile da cui scaturisce il tempo. (Mosè, separazione delle acque; analogamente noi passiamo, ci muoviamo attraverso il presente separando le acque che rappresentano i due tempi; alla nostra sinistra il passato, alla nostra destra il futuro.)

Il punto del simbolo e della condensazione-simultaneità sta nell’aprire tutte le cose al senso, e quindi nella partecipazione al senso. Io so che il senso c’è, in quanto c’è il presente, l’attimo, anche se io ancora non lo colgo. Si tratta di far partecipare tutte le cose a tutte le cose; partecipare del senso, della combustione del presente. Ogni cosa si redime quando partecipa del senso, quando la lego al sistema, quindi quando la apro, quando diventa da feticcio chiuso in se stesso a simbolo del mondo, unione di particolare e universale, appunto partecipazione. Così sia il mondo che me stesso devono partecipare al senso; così si redimerà la vita. –cfr. erotismo-partecipazione-invidia.