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Vivere intanto

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:38

Vivere intanto= presente in funzione, schiavo del futuro.

Esplorare il concetto di facciata intesa come maschera. La chiamo facciata invece di maschera perché il termine maschera ha oggi un connotato negativo, mentre le mie intenzioni sono quelle di epurarla da questa connotazione negativa.
Il discorso è che le cose si danno solo in termini di facciate, che vuol dire anche pieghe, e questo non è negativo o positivo, è quello che è.
La facciata è ciò che si dà e assieme non si dà, che si concede ma nello stesso tempo si risparmia. Il dire che ciò che vedo è facciata, vuol dire che ciò che vedo si dà ma non completamente, cioè si concede e si risparmia nello stesso tempo, o meglio, il suo concedersi è anche il suo risparmiarsi. Il fatto è che dipende dal modo in cui guardiamo una cosa il considerarla come cosa che si concede o come cosa che si risparmia. La concessione e il risparmio della cosa sono due astrazioni, due punti di vista parziali dettati da una considerazione prospettivistica della cosa. Quello che è reale è solo la cosa come facciata, cioè come unione di concedersi e risparmiarsi. Più precisamente, il risparmiarsi è l’aspetto temporale-dinamico della cosa, se si vuole la potenza della cosa. Il concedersi invece è l’aspetto atemporale-statico, l’atto della cosa. Una cosa è sempre insieme atto e potenza, nella misura in cui diviene, cioè è ma è anche quello che non è, cioè è e nello stesso tempo può (esattamente il gioco di parole di Cusano, quando dice che l’essere delle cose è il possest). Il possest è la cosa che è, in quanto si concede, e assieme che può, in quanto si risparmia, nel medesimo attimo e in tutti gli attimi dell’esistenza dell’uomo.
(c’è qui anche il solito discorso che niente si risparmierebbe se qualcosa non si concedesse; la coincidenza delle due dimensioni è data dall’interdipendenza, dall’interrelatività dei termini: senza concessione non c’è risparmio, e senza risparmio non c’è concessione—per spiegare ques’ultimo vedi in Pareyson il discorso sull’essere che è essere solo perché è inesauribile: essere è il nome che si dà all’inoggettivabile; l’essere infatti è inoggettivabile in quanto è tempo, quindi in quanto non finisce mai; il fatto che le cose esistano vuol dire che non sono finite). 

Ricongiungere la vita scissa, disgraziata, il vivere e il vivere intanto. Ecco perché il quotidiano è così legato al lavoro, perché è la necessità di guadagnarmi da vivere, cioè la necessità di risparmiarmi per il futuro, che mi fa vivere intanto. Vivere intanto è il vivere in funzione del Vivere (con la maiuscola si intende il vivere in cui si è ottenuta la licenza di esaurirsi—ponte di collegamento fra questo discorso e il discorso sul giustificato: il Vivere è il vivere giustificato; l’ingiustificato si risparmia, il giustificato si può esaurire). (per es. intanto che si pensa a come vivere bisogna vivere).
Oppure: aspetto di decidere, ma mentre aspetto devo vivere intanto.
Il vivere intanto implica già il risparmiarsi, fa tutt’uno con esso. Vivere intanto è aspettare di Vivere, risparmiare la Vita. È vivere aspettando di Vivere.

C’è una vita nella Vita. C’è la vita che si cerca di vivere, e la vita che si vive intanto che non si è trovato come.
È come se fosse una conversazione continuamente interrotta: cerco come vivere, poi devo vivere intanto che cerco (interruzione della Vita prodotta dalla vita). Questo “intanto” è l’abbandonarsi all’anonimato, al quotidiano. Questa visione implica la convinzione che si possa riscattare la Vita per mezzo della vita, lo straordinario per mezzo del quotidiano, ma questo non avviene, perché si finisce per risparmiare sempre, e non ci si vuole mai esaurire.

L’ingiustificato

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 10:49

L’uomo è presenza ingiustificata, ovvero potenza fine a se stessa.
Anche l’Altro è ingiustificabile nella sua presenza, soprattutto nella casualità, nell’incidentalità con cui lo incontra il Sé.
La presenza è irriducibile, inoggettivabile, inesauribile (Pareyson), ingiustificabile.
Lo stesso presente è inafferrabile, inesauribile, irrappresentabile (Bene), in quanto luogo della differenza, in quanto è la differenza stessa fra passato e futuro.
L’uomo è questa differenza (Pareyson la chiamava rapporto) fra l’Io (passato) e l’Altro (futuro), l’uomo sta in mezzo, non perché faccia la spola continuamente da un polo all’altro, ma perché è lo stesso confine. In questa accezione, come punto di contatto fra l’Io e l’Altro, intendo l’uomo; chiamo il punto di contatto convenzionalmente come Sé, per distinguerlo dall’Io, che è l’identità, il sedimento del Sé, in quanto passato.
L’uomo è dunque presenza inoggettivabile, irrappresentabile: non è il corpo, non è il nome, non è il pensiero; è sempre qualcosa di più, perché egli è inesauribile.
I fenomeni, come l’uomo, sono presenze ingiustificabili e inesauribili. L’inesauribilità deriva dalla potenza infinita che caratterizza la presenza, che coincide con la presenza. (La presenza coincide però anche con un atto, che in quanto atto è finito; si può dire che nella presenza coincidono paradossalmente la potenza e l’atto. Non si può dire infatti che l’essere presente non sia un atto, ma questo stesso atto è l’atto di essere continuamente presente, e quindi potente. )
L’uomo è consapevole di questa presenza; è proprio il fatto di esserne consapevole che qualifica la presenza come ingiustificabile, che la intende come una domanda (la presenza inconsapevole è come un affermazione; quella consapevole è già domanda) a cui manca la risposta, o meglio: una domanda che si risolve nel silenzio, che non si risolve (irriducibile, irrisolvibile…). La presenza ingiustificata, che è potenza fine a se stessa, produce tensione. Questa tensione è il peso della stessa potenza, della libertà. L’ingiustificato resta come sospeso, squilibrato. Ciò che non si giustifica non si risolve.
Il movimento e la comunicazione, l’atto in generale, tenta di risolvere continuamente l’ingiustificato giustificandolo mediante il collocamento nella rete dell’utile, ciò che logicamente è la rete dei significati; ogni cosa ha senso solo in quanto rimanda ad altro, e così via in una catena infinita.
Ogni cosa che è pesa. Pesa perché è ingiustificata. Giustificandosi, connettendosi alla rete dell’utile, si fornisce una risposta, e si elimina parte del peso e della tensione.
Quando io sono bambino, sono ingiustificato. Vedo un mondo da spettatore che è completamente giustificato, perché tutti agiscono, tutti tendono ad un fine; quello che appare è la rete dell’utile. Per imitazione quindi comincio anche io a giustificarmi (movimenti riflessi- giustificazioni; tutti riflessi, risposte), inizio a provare l’angoscia e il disagio quando non lo sono.
Gli uomini, però, pur lavorando incessantemente per giustificarsi, desiderano sempre tornare il più possibile all’ingiustificato. È un discorso parallelo a quello di Bataille sulla trasgressione organizzata; si cerca cioè di tornare all’ingiustificato all’interno della giustificazione, dopo che la vita organizzata secondo la giustificazione ha tolto la tensione, la paura dell’ingiustificato. (in questo caso al mio ingiustificato corrisponde l’inutile di Bataille) Si cerca un ingiustificato giustificato (trasgressione organizzata—morire vivendo, erotismo—aufheben)
Gli uomini vorrebbero guardarsi e parlarsi senza giustificazione, ma non riescono a reggere il peso della domanda della presenza. Devono rispondersi continuamente (“ciao.” “ciao”.”Come va?” “bene”…) così si scarica il peso, giustificando l’unica domanda che è quella che pone la presenza ingiustificata.
Il resto che si scarica quando si ritorna al livello 0 del possedere è proprio questa giustificazione. La presenza è come un fiume che deposita il suo peso, i detriti, sull’uomo; egli deve disfarsene giustificandoli.

L’attimo preso in sé non ha nessuna utilità, o senso, né giustificazione. Ha senso solo se gli si da una direzione, un utilità, se lo si inserisce in una catena di attimi che vanno da un passato a un futuro, se lo si colloca. L’attimo è sovrano, inutile, ingiustificato, come il presente, l’esistenza.

Nello stesso tempo

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 09:59

Gli uomini spinti dall’angoscia tendono al superamento della morte, che si concretizza in un incessante ricerca di formazione, di razionalizzazione dell’irrazionale. Questa formazione produce dei valori.
Questa formazione si attua più precisamente nell’organizzazione dei vocaboli della realtà, mediante scelte di volta in volta dettate da criteri guida (=valori). Ogni sistema di valori tenderà a sottrarre quanto più campo possibile alla morte e all’informe, mirando a un’organizzazione completa della totalità della realtà (organon).
Ora è evidente che questa organizzazione esige la circolazione del senso; anzi l’organizzazione è quella stessa circolazione del senso attraverso i vocaboli della realtà.
Dunque l’attività formativa mira a trasformare ogni vocabolo della realtà da feticcio (chiuso) a simbolo (aperto); [questo in modo che ogni cosa sia rito che richiami l’epifania tramite il mito (figlio-padre-spirito santo); ogni cosa deve diventare simbolo nel senso che deve ricordarmi il senso, richiamarmelo, riattualizzarlo continuamente, come il rito appunto].
[Chiuso per cosa? Aperto per cosa? Per il senso=pensiero=vita=realtà==movimento; il movimento e la simultaneità].
L’aspirazione più alta (che per Broch è messa in atto solo dall’arte) è quella di stringere simultaneamente tutta l’organizzazione, tutto il sistema di valori in un unico punto (opera d’arte).
Ora questa esigenza di simultaneità è un esigenza rivolta al tempo, cioè contro il tempo. In che senso?
“L’unione del passato e del futuro che caratterizza l’aspirazione del valore” dice Broch.
E questo si può ricondurlo al discorso dell’aspirazione erotica dell’uomo che vorrebbe vedere nello stesso tempo il mondo come potenza e il mondo come atto; il mondo come principio e il mondo come risultato (cfr. Pareyson protologia…), come finito e infinito, da fuori o da dentro, in modo estetico-risultativo o in modo etico-attivo, guardare e mangiare.
Ora a mio parere questa esigenza reattiva, formatasi dall’esigenza di superare la morte e quindi il tempo, fa tutt’uno con l’esigenza positiva di coincidere con l’adesso, con il presente; il tutto tenendo presente che questa sete di presente come condensazione di passato e futuro va confrontata con la sete ontologica di cui parla Eliade a proposito dell’uomo religioso. Eliade è da ricondurre a questi discorsi per il suo discorso del simbolo, per quello della creazione del cosmo dal caos e per la concezione del sacro come essere, come tempo vero e proprio, unica dimensione autenticamente attiva dell’uomo.
[Epifania-Mito-Rito]
Inoltre è da collegare a Bataille per l’alternanza di quotidiano, ovvero non-tempo, e straordinario, dimensione sovrana della vita, unico tempo autentico; Bataille si collega in generale anche al discorso del superamento della morte mediante l’erotismo e l’esperienza mistica, che sono da lui ricondotte appunto a questo common ground.
Da non scordare poi anche la dimensione economica di questo discorso, che si articola principalmente in due punti:
1-    Il discorso sul lavoro: il lavoro, inteso in senso ampio, cioè lavoro come dimensione esistenziale normale e profana dell’uomo (o meglio come situazione in cui l’uomo viene a trovarsi, il modo in cui viene gettato nell’esistenza; discorso della continua opposizione fra il continuo pensiero del come vivere, cioè quello che qui chiamiamo formazione, il pensiero della vita con il senso, della vera vita, e del vivere intanto, del vivere la vita che si vive in modalità provvisoria, in modo alienato, senza esserci, senza essere) è ogni momento senza senso, ogni tempo inautentico, alienazione. Una volta il lavoro era superato tramite il sistema di valori (lavoro come rito, Eliade, Guenòn…); ma il lavoro in quanto tale, senza essere inquadrato in un sistema che permetta il suo superamento, è il non-tempo, l’immagine della scissione fra i tre tempi (in quanto il lavoro è l’opposto della simultaneità; in quanto il lavoro significa sempre il godimento di una parte della totalità tramite la negazione dell’altra—tramite il rifiuto, ovvero il sacrificio; e quindi non simultaneità, non tutte e due le cose insieme). Gli unici due casi nei quali infatti l’uomo finora è riuscito a superare il lavoro, nel senso hegeliano di mantenerlo ma all’interno di un diverso sistema di organizzazione nel quale siano superati, negati i suoi elementi negativi, sono stati la dimensione religiosa e la dimensione artistica. Il lavoro artistico è esso stesso godimento, è anche esso sacro, parte del tempo sensato, liberato. Il superamento del lavoro è quello stesso stato ideale di cui parlavamo prima, cioè il momento di condensazione dei tempi vissuto nell’esperienza del sacro, o della combustione-frizione del presente, in quanto è simultaneamente vivere e ricerca di come vivere, in quanto unisce in un unico momento le due dimensioni prima scisse mantenendole nella loro differenza, e soprattutto nel perfetto equilibrio della loro differenza. Va da sé che il come vivere sia un riferirsi alla vita come atto, quindi da fuori della vita stessa, mentre il vivere intanto come potenza, quindi dentro alla vita. Si vede da questo come questo discorso del lavoro tende allo stesso superamento della scissione dei tempi e alla conquista dell’essere in quanto presente; e questo perché, come si è detto, il lavoro è l’aspetto esistenziale, effettivo della scissione fra vita come potenza e vita come atto.
2-    L’altro discorso economico è relativo a questa immagine della simultaneità, che richiama l’ideale specificamente capitalista dell’oggetto che si autoalimenta, che è autosufficiente. Per esempio la dinamo della bicicletta. È in questi termini economici che viene sentito il tempo se lo guardiamo dalla situazione del lavoro. Il lavoro, in quanto generale sacrificio di tempo inautentico per accedere ad un tempo autentico, in quanto profanazione di parte del tempo per accedere in futuro ad un tempo sovrano (in senso Batailliano), odia questa sua stessa scissione, e di conseguenza vorrebbe superarla come dicevamo al punto 1, e cioè con un meccanismo simile a quello della dinamo, dove una dimensione rimandi all’altra e viceversa, simultaneamente. Un immagine ideale di questa ispirazione potrebbe essere una festa che nel suo dissipare le risorse accumulate con il lavoro, nel suo scaricare la carica prodotta dal lavoro, in questo stesso scaricare, in qualche modo caricasse nuovamente quanto le serve per continuare, quindi si autoalimentasse. Un banchetto che nel suo consumare il cibo paradossalmente lo ricrei. Questi sono concetti economici che sono all’ordine del giorno: è il tema del sostenibile, del riciclaggio e del sistema autosufficiente che si propone come alternativa al capitalismo. Infatti il rifiuto è l’altra faccia della medaglia del lavoro; un sistema fondato sul lavoro produce rifiuto in quanto tale, cioè residuo non più utilizzabile, non più ricaricantesi. Ma è solo l’uomo che produce rifiuto: la natura no; la natura è fondata sul principio della dinamo della bicicletta, sull’autosostentamento. L’autosostentamento è appunto il superamento ad un tempo sia del lavoro sia del rifiuto, in quanto anelli di una medesima catena. Il rifiuto e il lavoro sono infatti le immagini del gap, dell’intervallo che separa il tempo profano dal tempo sacro. È quello che deve essere redento, che separa il mondo profano dall’eden. Il rifiuto è l’immagine estetico-risultativa-statica del gap, mentre il lavoro ne è quella etico-attiva-dinamica.

Un altro discorso legato a Eliade e a tutto il resto è quello della fede; della fede come quello stesso stato di coincidenza col presente, di tempo sacro; fede come liberazione dalla ricerca del senso. È in questo senso che la fede redime il mondo e l’uomo; li redime dalla colpa di dover trovare un senso, di trovare un come. Infatti la fede è il presente in quanto è la fine della scissione fra vivere intanto e vita sacra, fine della dicotomia fra cercare come vivere e vivere. La fede non è in questo senso un trovare qualcosa, così come Dio o il senso non stanno in qualcosa che ancora non c’è, non stanno nel futuro [questa sarebbe idolatria, feticismo; se diciamo che il senso o Dio o il tempo sacro sono nel futuro, vuol dire che si identificano con qualcosa di finito, con un evento; quindi vuol dire che ricerchiamo quella prova e allo stesso tempo quel feticcio che ci dimostri Dio]; ma sono già qua, come in Pareyson, sono sempre stati qua sotto i nostri occhi e hanno già vinto il male da sempre. Il trovare quindi si presenta come lo stesso smettere di cercare. “Che cosa cerchi?” “Cerco di non dover più cercare” e qui si autoinviluppa, e questa è la preghiera. Differenza fra volontà e preghiera; volontà, preghiera, desiderio, snobismo (volontà che anticipa la realtà; reattiva, muscolare).
È questo il lavoro che infatti è l’immagine, il castigo di Dio; e questo perché il lavoro è l’essere perduti, scissi, il ricercare Dio dopo che egli è sparito dal mondo, o meglio dopo che noi non sappiamo più vederlo.
Liberazione dal lavoro e redenzione-fede sono dunque la medesima cosa.

Il superamento sensuale della morte, cioè il rifugio nel presente, è ingenuo solo se si pensa al presente chiuso, come feticcio, estetismo fine a se stesso separato dal passato e dal futuro. Se si pensa invece al presente come l’ho definito in questi scritti, cioè come condensazione dei tempi, come simultaneità assoluta, quintessenza del tempo, scaturire del tempo, come combustione, Dio, senso, realtà, vita, in qualsiasi modo lo si voglia chiamare..esso è il modo di vedere la vita dopo il superamento della morte e del tempo, cioè il modo artistico-religioso. Il mondo e la vita redenti, salvati, liberati dall’angoscia. Quindi appagamento sensuale nel senso che è un superamento della morte tramite l’equilibrio erotico del tempo, la simultaneità. Ma non solo erotico, in senso più ampio, cioè a tutti i livelli, erotico, estetico, etico, cosmico…nel senso di stato in cui io mi trovo al centro di un cosmo nel centro del tempo.

Il motivo per cui quando si vuole se stessi in un certo modo si può solo pregare è che si può riuscire solamente se questo viene spontaneo. Quindi si prega Dio che ci venga spontaneo di essere come vogliamo. Altrimenti, c’è negazione dialettica di quello che siamo ora, non spontaneità, volontà reattivo-muscolare e scissione (lavoro).

Perché il presente dovrebbe essere il momento di unione originaria, nel senso dell’attimo da cui scaturisce il tempo? Perché nell’attimo presente, quello ancora preesistente alla scissione introdotta dal mio essere cosciente di quell’attimo, le cose non sono per davvero né atto né potenza, sono tutti e due assieme simultaneamente, ovvero scaturiscono, accadono. Esplodono dal nulla. Adesso significa proprio quell’essere della realtà che è nello stesso tempo accaduto e che deve ancora accadere. Appunto, che sta accadendo. Cosa vuol dire “sta accadendo”? è il centro ineffabile, non misurabile da cui scaturisce il tempo. (Mosè, separazione delle acque; analogamente noi passiamo, ci muoviamo attraverso il presente separando le acque che rappresentano i due tempi; alla nostra sinistra il passato, alla nostra destra il futuro.)

Il punto del simbolo e della condensazione-simultaneità sta nell’aprire tutte le cose al senso, e quindi nella partecipazione al senso. Io so che il senso c’è, in quanto c’è il presente, l’attimo, anche se io ancora non lo colgo. Si tratta di far partecipare tutte le cose a tutte le cose; partecipare del senso, della combustione del presente. Ogni cosa si redime quando partecipa del senso, quando la lego al sistema, quindi quando la apro, quando diventa da feticcio chiuso in se stesso a simbolo del mondo, unione di particolare e universale, appunto partecipazione. Così sia il mondo che me stesso devono partecipare al senso; così si redimerà la vita. –cfr. erotismo-partecipazione-invidia.