Si concepisce l’esistenza, la vita come un voler trovare qualcosa, come un cercare. Cercare sotto il nome di qualcosa è sempre cercare la necessità; vale a dire: le altre cose che si cercano sono solo maschere, sotto alle quali si cerca sempre la necessità, la giustificazione.
Questo processo è una vita come condanna; la vita come inferno è la condanna a schiavizzarsi progressivamente, ad annullarsi, tendere a scomparire, a “non avere niente di strano, niente di casuale”. A confondersi, giustificarsi, sparire (rendersi trasparenti al posto di opachi; uomo trasparente e uomo opaco; il primo giustificato, solo il secondo è vero corpo, presenza ingiustificata).
L’unica cosa che si può veramente trovare, nel senso di qualcosa di davvero nuovo, una vera aggiunta che è però solo riconoscimento, accensione di qualcosa che giace spento, e non condanni all’eterna coazione a ripetere della necessità è la libertà, la mia libertà.
Trovare la libertà è uno smettere di cercare non in generale, ma di cercare per necessitarsi. In altre parole, si continuerà sempre a cercare, a trasformare il dato; non muore il movimento, la realtà è anzi ancora più dinamica; solamente non si cerca per giustificarsi. Non si cerca credendo di trovare nel trovato un ultima parola, una necessità. E l’evento che accade quando non cerco più un’ultima parola è che l’ultima parola diventa la mia libertà presente. L’ultimo diventa il già. Quando ragionavo in termini di necessità alienavo la mia salvezza, perché la vedevo in un futuro; mi alienavo, ponendo la mia giustificazione, la mia fede, il mio ricongiungimento con me nel futuro, e cioè in un ultimo imprecisato.
È smettere di cercare un ultimo perché si riconosce che si ha già ciò di cui si ha bisogno, e cioè la libertà. Questo è la fede stessa. Prima, si crede che per essere salvi, bisogna essere giustificati, bisogna fare, dire, essere qualcosa. Si crede che per salvarsi debba avvenire un atto, un ultimo evento che sancisca l’inizio della vita salvata, giustificata. Questo è l’approccio discorsivo, dimostrativo, empirico, necessitaristico alla vita: per credere in una cosa, devo avere una prova, deve avvenire un atto concreto, devo dimostrarla, comprovarla. L’altro è l’approccio della fede, che dice che non c’è ultima parola, o meglio dice che l’ultima parola è già stata detta, in modo che si è dispensati dell’ultima parola. Che è lo stesso dell’amore, alla fine. Amare-avere fede, credere in qualcosa è non chiedere più niente a questa cosa. È considerarlo come finito; che non è un volerlo essenzializzare, immobilizzare, necessitare: è l’opposto, è un volerlo liberare dal doversi giustificare, dal doversi dimostrare, provare, dal rendersi degno. Lo sguardo della fede non è più condizionamento: lo sguardo della fede libera il suo oggetto, perché non gli chiede qualcosa, non gli chiede un sovrappiù oltre a se stesso per credere alla sua realtà. Ci crede e basta. La fede è quindi un atto ingiustificato che crede a qualcosa di ingiustificato. Che vuol dire: la fede è un atto libero che crede in qualcosa di libero.
E lo sguardo della fede è lo stesso dello sguardo artistico, dello sguardo fine a se stesso: lo sguardo dell’arte, il giudizio estetico kantiano, libera la cosa perché la vede in modo fine a se stesso, finito, compiuto, autotelico. La cosa d’arte è una cosa ingiustificata, e noi come fruitori diamo il consenso a un ingiustificato, e invece che deriderlo come ridicolo, come faremmo nella vita quotidiana, della necessità, dell’utile, consideriamo questa cosa inutile in se stessa molto seriamente, seriamente come la serietà dei bambini nel gioco, che è la serietà più intensa e assieme la più autentica. (Callois; Bataille). È in questo senso che la fede rimette i debiti: non chiede più niente, non chiede quello che si dovrebbe chiedere. In questo senso libera il suo oggetto. Il guardato è liberato dal suo debito nei confronti di colui che guarda, l’uomo osservato è dispensato dal comportarsi nei confronti dell’uomo che lo osserva.
Trovare la libertà si può intendere quindi anche come liberare se stessi per mezzo della fede, fede in se stessi e negli altri. La fede ha già fede nell’oggetto, prima che questi si giustifichi e si sia reso degno di fede. È interessante il fatto che la mia salvezza riposa sia nelle mie mani che in quelle dell’altro, nel senso: io devo avere fede in me stesso e in quell’altro, e quell’altro deve avere fede in me e in se stesso. Altrimenti, non ci si libera, non ci si salva. Solo nell’altro stanno le mie speranze di salvezza. È solo l’altro che mi può dispensare dal debito: se io stessi ipoteticamente da solo, non potrei mai estinguerlo, perché il debito è la mia stessa presenza al mondo.
Quindi trovare qualcosa che si aveva prima di cercare, trovare ciò che si ha già.
Trovare la libertà è la svolta di una vita che smette di concepirsi come schiava, imbarazzata e inizia a concepirsi come vita trovata, sovrana, coraggiosa (nel senso del coraggio della fede, che crede senza le prove, che crede senza sapere dove va a finire; vedi fede-fiducia-sicurezza-soddisfazione).
Non più una vita in funzione, e quindi alienata; ma vita in se stessa. Non più vita mediata dalla vita futura, ma vita immediata.
Fermare il mondo, tacere, trascendere, rompere la serie a catena, l’ansia nervosa di giustificarsi, di sparire in un gesto utile, in un comportamento: fermarsi e pensare che io ero, vivevo anche prima di iniziare questa serie; cos’ero io prima di asservirmi, prima di iniziare a cercare di giustificarmi? Pensare a ciò che già sono.
Non più vita che fugge da sé, che si difende da sé, ma vita che non deve più nascondersi, vita salvata e vita liberata, nuda, vita impotente e inutile.
Una presenza libera è una presenza dispensata dall’essere comprovata, doppiata.
È chiaro che anche il discorso della premeditazione e del sistema chiuso-aperto, viaggio a piedi e in macchina, è da ricondurre al discorso dell’ingiustificato e della ricerca della necessità.
La ricerca della verità, e in ogni caso ogni ricerca è una ricerca di necessitarsi, farsi sempre più necessario, di sostituire il giustificato all’ingiustificato. L’uomo vuole la verità, l’essere, Dio, l’Aleph..quel punto necessario dal quale tutto possa finalmente essere pietrificato, necessario, morto. L’uomo ha già la verità, l’oggetto della ricerca: l’uomo cerca sé libero, che è nello stesso tempo cercare sé dopo aver trovato la necessità e cercare sé prima di aver iniziato a cercare. (escatologia/ protologia di Pareyson). Io cerco l’io che dirà l’ultima parola, come quell’io che l’ha già detta.
Anche la ricerca dell’istante, dell’ultima parola per esaurirsi, sono ricerca di necessità: l’unica conquista possibile è una conquista di ciò che si ha prima di conquistare; è la libertà che è stata soffocata dalla ricerca della necessità.