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Il possesso

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:14

Il vero problema del rapporto uomo-altro è il possesso.
Più precisamente, l’alternanza fra possedere ed essere posseduti.
Il secondo è chiamato anche desiderio, volontà (eteronoma), tensione, o anche semplicemente attenzione. L’essere posseduti è quando l’altro prevale sull’io. Il possedere è quando l’altro è posseduto dall’io, cioè l’io prevale sull’altro.

Il possedere: il possedere è essenzialmente l’atto di una negazione, negazione dell’esteriorità di un qualsiasi oggetto; per esteriorità, si intende esteriorità nei confronti di un soggetto, e cioè alterità. Il possesso è ciò che è affermazione del soggetto e negazione dell’oggetto; positivo in relazione all’io, negativo rispetto all’altro.

L’essere posseduti: l’essere posseduti è l’atto di una negazione, negazione dell’interiorità di un qualsiasi soggetto; più propriamente, negazione dell’identità.
Ciò che è posseduto è negativo in relazione all’io, positivo nei confronti dell’altro.

La tensione al possesso vi è sempre; in questi gradi: sguardo-attenzione-sapere-parola-erotismo-violenza-indifferenza (Sade).

In ognuno di questi gradi, nella totalità delle relazioni con l’altro, si alternano continuamente e si mescolano i due movimenti opposti, ma come vedremo complementari, del possedere e dell’essere posseduto.

Il possesso mira alla totalità della cosa; il possesso completo non si dà mai. Nelle relazioni il soggetto possiede sempre solo una parte dell’oggetto.

Legge 1: Dove vi è un possesso, vi è un possesso parziale, mai totale.

Legge 2: In un possesso parziale, ciò che al soggetto rimane da possedere si configura come “essere posseduto” del soggetto da parte dell’oggetto.

Legge 3: Non si dà stato neutro. Dove non si possiede, si è posseduti e viceversa.

Ad es. il processo di trascendenza continua dell’uomo su ciò che di volta in volta conquista; ovvero: il meccanismo desiderativo.

Legge 4: desiderare è essere posseduti. Si desidera di una cosa ciò che c’è ancora da possedere (legge della tensione verso il possesso completo.)

Il meccanismo del possesso è dunque un meccanismo di negazione dell’alterità. Come nella teologia negativa si cercava di possedere concettualmente Dio tramite la negazione degli attributi terreni, così nel possedere con lo sguardo si interiorizza (quindi si nega l’esteriorità) l’immagine di una cosa, con l’udito si interiorizza il suono, con il gusto il sapore, con il tatto la consistenza, ecc… ma ogni interiorizzazione non possiede mai completamente la cosa, ma solo parzialmente, proprio come nel concetto di Dio. “Per questo si dice che Dio è più che buono, più che sapiente, ecc..” noi diremmo: per questo si dice che la cosa è più che la sua immagine, più che il suo suono, più che il suo concetto, più che la sua parola, più che il suo corpo (erotismo) e così via risalendo tutte le possibili negazioni.

Come non si può dare un possesso completo, non si può dare un’autentica indifferenza, cioè un’indifferenza che non sia ipocrita. L’indifferenza è il possesso completo, costituisce un’identità con esso. Per questo è sempre un meccanismo snob, cioè un desiderio complesso (potremmo dire concettuale) che trasforma la semplice volontà di un possesso completo in maschera di un effettivo possesso completo (indifferenza). 

Il possesso non è quindi un’aggiunta a partire da uno stato neutro, ma è una risposta allo stato problematico dell’essere posseduti. Una cosa ha un certo potere su di me: questo è lo stato problematico che si cerca di negare, e quindi riportare allo stato neutro (livello 0), col possedere. Desidero cibarmi: significa che il cibo ha potere su di me, in quanto lo desidero. Quindi mangio (possesso) ed elimino il problema, lo riporto cioè ad uno stato privo di desiderio; il mangiare (possedere/negare il cibo) mi permette di non essere più posseduto dal cibo. è per questo che il possesso è negazione: perché nega continuamente un desiderio, che è un affermazione particolare dell’alterità, che si afferma nel senso che mi possiede.

Anche la scienza che spolpa e divide alla ricerca della verità, del termine ultimo; verità che non è altro se non un possesso completo.

Il modo massimo di possedere fisicamente qualcosa è distruggerlo.

Il modo massimo di possedere mentalmente qualcosa è essere indifferente ad esso.

Nella distruzione o nell’indifferenza si ha una parvenza di possesso completo, ma si può solo definire tale quello caratterizzato dall’esistenza della cosa stessa. Eliminando la cosa, si arriva all’indifferenza, che come si è detto prima non è mai possesso completo di una cosa, ma solo distruzione di essa. Anche qui: la cosa è più che la sua esistenza.
Ma arriviamo alla domanda: perché la cosa è sempre più di quello che si
possiede?

Per la natura della coscienza umana.
La finitudine e l’individualità dell’uomo, fa’ sì che l’uomo stia sempre solo in un punto; sia sempre cioè solamente parte, mai tutto. Per questo si dà il movimento, da cui derivano spazio e tempo, le prime categorie dell’alterità. Ci si può muovere solo se si è individui, parti in un tutto.
Essere parte significa essere solo in un punto; e stare, è già un senso di possedere.

Essere parte significa possedere solo una parte dello spazio. Significa che sono posseduto dal resto dello spazio. Ed è innegabile che è così. Ogni desiderio, è rivolto verso uno spazio esterno. Esiste anche il desiderio verso lo spazio in quanto tale. L’orizzonte, l’infinito, il sublime…Lo stesso con il tempo.

Per la coscienza vale lo stesso discorso: solo una percezione alla volta. La memoria permette la raffinazione del possesso, ma è un possesso che si attenua in quanto sempre solo una parte di esso sarà attuale, quella che sto percependo; il resto sarà aggiunto con il ricordo (posseduto).

L’ideale del possesso completo è possedere attualmente tutta la cosa. La stessa percezione attuale non è mai una, perché già la struttura della coscienza è sdoppiata: una parte percepisce l’oggetto, una parte lo trascende.

Questo significa che in ogni percezione è presente un possedere (percezione della cosa, concentrazione) e un essere posseduti (trascendenza dalla cosa, distrazione).
È da questa coesistenza insita in ogni percezione che si origina il desiderio cercando di eliminare sempre più la trascendenza. Trascendente è ciò che è latente nell’alterità, latente rispetto a ciò che in quel momento io sto possedendo.

L’ingiustificato

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 10:49

L’uomo è presenza ingiustificata, ovvero potenza fine a se stessa.
Anche l’Altro è ingiustificabile nella sua presenza, soprattutto nella casualità, nell’incidentalità con cui lo incontra il Sé.
La presenza è irriducibile, inoggettivabile, inesauribile (Pareyson), ingiustificabile.
Lo stesso presente è inafferrabile, inesauribile, irrappresentabile (Bene), in quanto luogo della differenza, in quanto è la differenza stessa fra passato e futuro.
L’uomo è questa differenza (Pareyson la chiamava rapporto) fra l’Io (passato) e l’Altro (futuro), l’uomo sta in mezzo, non perché faccia la spola continuamente da un polo all’altro, ma perché è lo stesso confine. In questa accezione, come punto di contatto fra l’Io e l’Altro, intendo l’uomo; chiamo il punto di contatto convenzionalmente come Sé, per distinguerlo dall’Io, che è l’identità, il sedimento del Sé, in quanto passato.
L’uomo è dunque presenza inoggettivabile, irrappresentabile: non è il corpo, non è il nome, non è il pensiero; è sempre qualcosa di più, perché egli è inesauribile.
I fenomeni, come l’uomo, sono presenze ingiustificabili e inesauribili. L’inesauribilità deriva dalla potenza infinita che caratterizza la presenza, che coincide con la presenza. (La presenza coincide però anche con un atto, che in quanto atto è finito; si può dire che nella presenza coincidono paradossalmente la potenza e l’atto. Non si può dire infatti che l’essere presente non sia un atto, ma questo stesso atto è l’atto di essere continuamente presente, e quindi potente. )
L’uomo è consapevole di questa presenza; è proprio il fatto di esserne consapevole che qualifica la presenza come ingiustificabile, che la intende come una domanda (la presenza inconsapevole è come un affermazione; quella consapevole è già domanda) a cui manca la risposta, o meglio: una domanda che si risolve nel silenzio, che non si risolve (irriducibile, irrisolvibile…). La presenza ingiustificata, che è potenza fine a se stessa, produce tensione. Questa tensione è il peso della stessa potenza, della libertà. L’ingiustificato resta come sospeso, squilibrato. Ciò che non si giustifica non si risolve.
Il movimento e la comunicazione, l’atto in generale, tenta di risolvere continuamente l’ingiustificato giustificandolo mediante il collocamento nella rete dell’utile, ciò che logicamente è la rete dei significati; ogni cosa ha senso solo in quanto rimanda ad altro, e così via in una catena infinita.
Ogni cosa che è pesa. Pesa perché è ingiustificata. Giustificandosi, connettendosi alla rete dell’utile, si fornisce una risposta, e si elimina parte del peso e della tensione.
Quando io sono bambino, sono ingiustificato. Vedo un mondo da spettatore che è completamente giustificato, perché tutti agiscono, tutti tendono ad un fine; quello che appare è la rete dell’utile. Per imitazione quindi comincio anche io a giustificarmi (movimenti riflessi- giustificazioni; tutti riflessi, risposte), inizio a provare l’angoscia e il disagio quando non lo sono.
Gli uomini, però, pur lavorando incessantemente per giustificarsi, desiderano sempre tornare il più possibile all’ingiustificato. È un discorso parallelo a quello di Bataille sulla trasgressione organizzata; si cerca cioè di tornare all’ingiustificato all’interno della giustificazione, dopo che la vita organizzata secondo la giustificazione ha tolto la tensione, la paura dell’ingiustificato. (in questo caso al mio ingiustificato corrisponde l’inutile di Bataille) Si cerca un ingiustificato giustificato (trasgressione organizzata—morire vivendo, erotismo—aufheben)
Gli uomini vorrebbero guardarsi e parlarsi senza giustificazione, ma non riescono a reggere il peso della domanda della presenza. Devono rispondersi continuamente (“ciao.” “ciao”.”Come va?” “bene”…) così si scarica il peso, giustificando l’unica domanda che è quella che pone la presenza ingiustificata.
Il resto che si scarica quando si ritorna al livello 0 del possedere è proprio questa giustificazione. La presenza è come un fiume che deposita il suo peso, i detriti, sull’uomo; egli deve disfarsene giustificandoli.

L’attimo preso in sé non ha nessuna utilità, o senso, né giustificazione. Ha senso solo se gli si da una direzione, un utilità, se lo si inserisce in una catena di attimi che vanno da un passato a un futuro, se lo si colloca. L’attimo è sovrano, inutile, ingiustificato, come il presente, l’esistenza.