L’uomo vuole trasformarsi in una cosa, in un burattino, nella misura in cui non vuole essere responsabile, non vuole essere ciò che fa.
Egli non può reggere il peso della responsabilità (responsabilità=rispondere di sé. Rispondere è qua proprio nel senso di giustificare. L’uomo maturo deve essere responsabile, deve giustificarsi, non già di un atto particolare, ma generalmente, a priori. In questo senso responsabilità è il dover essere identico a sé stesso, il mondo dell’essere, del serio, unidimensionale, irriducibile). O meglio, può reggerlo, ma solo a patto di rinunciare alla sua felicità, al suo sentirsi libero, perché quando si ha questo peso, ci si sente oppressi dal doversi giustificare—appunto, dover rispondere di sé.
(l’uomo deve rispondere di tutto—allora escogita i pretesti, le situazioni per “far passare” le cose nuove di fronte alla sua comunità. Ad es. il matrimonio per rispondere, per dar ragione dell’atto dello stare insieme con un altro).
Da qui si spiega quell’amore per la casualità, per la coincidenza, per l’impersonale, ciò che accade senza che io lo voglia; la maggiore bellezza della casualità, della sorpresa, rispetto a ciò che è voluto, rispetto al previsto.
Il burattino, la necessità, l’impersonalità difende l’uomo dalla responsabilità di sé, lo esime dal rispondere di sé, perché non si è responsabili di ciò che non si è voluto, non si è responsabili quando non si è scelta liberamente la cosa. “Io non volevo, ma è successo”, oppure la differenza che c’è fra iniziare a parlare con una donna, provarci, rispetto alla magia dell’incontro dettato dal caso, dalle circostanze che spingono due persone insieme. La stessa cosa succede con tutti i pretesti dell’uomo per “scusare” le cose, per esempio per vedersi con una persona si cerca di trovare un pretesto (andare a ballare, giocare a qualcosa, il compleanno, il natale…”hai visto cosa fanno al tal locale? Cogliamo l’occasione”—non sono io, è il locale che sembra il motivo determinante del mio desiderio). È modestia, queste cose sono anche i complimenti.
Il volere è raro senza scusanti, senza giustificazioni, è raro il volere per il volere; questo c’è solo nelle situazioni salve, liberate, come l’amicizia o l’amore. Com’è che si salva una cosa? Con la differenza, che la libera. Una cosa si salva quando la si prende in modo ironico, con rispetto, quando la si differenzia. Salvare una cosa è preservarla, come gli ambientalisti che preservano le specie in via d’estinzione; avere cura di una cosa è preservare, rispettare la sua differenza, come si preserva quella peculiarità che è una specie animale, o un tipo di fiore. È simile al preservare anche le culture locali, rispettare il locale, contro il processo della globalizzazione. Salvare una cosa è differenziarla, non avere vergogna della sua differenza.
Questo giustificare la volontà è sempre una forma di negarsi, un risparmiarsi, un dire “Non è che ti voglio vedere perché ti voglio vedere, ma perché c’è quest’occasione.” È una forma di nascondimento di sé.
Tutte le forme di differenza (il gioco, l’arte, l’ironia…) comprano il prezzo della licenza, della libertà con la differenza, con lo sdoppiamento del mondo; di conseguenza, sono liberate dal modo normale con cui si paga, che è l’impersonalità, la giustificazione che scusi.
La differenza, il secondo mondo è l’invenzione di sana pianta di una scusante, di categorie scusate (lui può, è un artista; si può, siamo in un gioco; stava solo scherzando; lui può, è un bambino—cercare tutte le categorie salve), liberate dall’obbligo della responsabilità, del dover rispondere, del doversi motivare sempre e a priori.
È poi sempre la stessa storia, è come nell’erotismo: il presentare la volontà in modo impersonale è un modo di presentarsi concedendosi e risparmiandosi allo stesso tempo; è il risparmiarsi negativo, quello che non è autentico ma è costruito. È il risparmiarsi di chi vuole sembrare indipendente ostentando indifferenza; di chi vuole apparire libero, ma in quanto vuole apparire, non lo è.