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Libertà, Differenza, Combustione (seconda parte)

In Filosofia on 10 Aprile 2009 at 13:35

Ma il fuoco non viene nemmeno solamente dal vuoto. Viene anche dal combustibile, dalla materia piena. Il fuoco è mistero, il fuoco scaturisce. Il fuoco è così efficace come metafora del vivente perchè è movimento, ed è il prodursi dell’energia; l’energia, anche nelle cellule, si produce col bruciare la materia. La scintilla è sempre scoppio. Se pensiamo che la scienza ci dice che il nostro universo è nato da uno scoppio, il fuoco diventa una metafora cosmica. Gli esseri viventi sono esseri portatori del fuoco, che custodiscono il fuoco dentro di loro grazie alla loro natura cava.
Questo bruciare ciò che arriva da fuori è trasformare il dato, morto e necessario, in energia, quindi in potenzialità, in libertà.
L’energia che è prodotta dalla combustione è libertà solo se c’è un soggetto cavo che la custodisce, se cioè c’è qualcosa che sa e può usarla. L’energia è solo la materia della libertà. Quindi l’organismo vitale è un trasformatore che prende il morto, il necessario, ciò che è pieno, costretto e lo scompone; da questa scomposizione ricava libertà, energia, potenza.
Il vivente è una forza che trasforma la necessità in libertà, mediante la combustione. Ecco perchè i termini linguistici associano spesso la combustione con la liberazione (catarsi, purificazione-da pùr, fuoco). Ora, la combustione interna del vivente cos’è se non un negare interno ad un identità esteriore che si mantiene?
Nel dividere la materia si libera l’energia: in questo c’è tutto (scissione dell’atomo). Ecco che non c’è libertà senza forza, e non c’è forza senza libertà. Nel senso che la forza, l’energia, nasce da una liberazione, una scissione di ciò che era identico, da una creazione di un intervallo: dalla creazione di una differenza. Ma anche la libertà non è reale senza la forza, cioè senza la possibilità, senza la materia necessaria ad esercitare la libertà. Insomma, la differenza è la mera esistenza della possibilità, ed è quindi l’aspetto formale della libertà. Mentre invece la forza è la “possibilità di cogliere la possibilità”, l’aspetto materiale della libertà, che altrimenti sarebbe mero arbitrio. Lo stesso discorso per la definizione di movimento: nella nozione di movimento sono tutt’uno il vuoto, lo spazio necessario al movimento, e la forza che mi permette di spostarmi. Dire movimento implica l’esistenza di uno spazio e di una forza.
Tornando al piano della distinzione mondo dell’essere/mondo del fare, vediamo che quando si produce la differenza del mondo del fare, ne consegue la sua libertà; ma con questo si libera anche il mondo dell’essere. Il fatto è che con la differenza si è creato un intervallo, cioè uno spazio entro il quale ci si può muovere. Io sono libero perchè dico: “Io non sono ciò che sto facendo”; c’è un intervallo fra ciò che faccio e ciò che sono. E’ precisamente questo divario (che è un divario nell’unità, perchè sono io che faccio e io che sono) lo spazio che utilizza il movimento ironico.
Questo è dato dal fatto che quando io faccio, comunque continuo ad essere. Grazie al fatto che in quel momento io sono anche quello che non sono, nel senso che sono anche quello che non sto facendo, l’esistenza di questo divario mi permette di essere libero, cioè di liberarmi dall’essere identico al mio essere; e liberarsi dall’identità vuol dire creare una differenza.

Essere e fare

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 13:40

È la differenza che dona la libertà. Io posso fare arte, teatro: sono libero di essere pazzo, di fare il buffone perché sono in quell’ambito, cioè perché ho posto una differenza, che è stata riconosciuta da tutti (senza questo riconoscimento non vi è arte, né differenza vera e propria: si resta dei meri buffoni).
Se non si pone, o non è chiara per tutti, riconosciuta, la differenza, io sono un pazzo, non lo faccio. È appunto la differenza fra il fare il pazzo, cioè recitarlo, ed esserlo.
Da qui sembrerebbe che l’essere di qualcosa emerga in negativo: togliendo ciò che si fa, rimane ciò che si è. Che vuol dire: togliendo la differenza, rimane l’indifferenziato, cioè la piena coincidenza di ciò che si fa con ciò che si è. Infatti, ogni volta che si dice fare nel senso di recitare, è sottointeso che ciò che si fa non si è.
Si potrebbe dedurre negativamente invece il fare dall’essere? No, perché il fare è la differenza stessa, mentre l’essere è l’identità; quindi l’essere è ciò che rimane, mentre il fare si costituisce come fare, quindi come differenza, solo in relazione all’essere che rimane, all’identità che si mantiene. Infatti l’essere è indifferenziato, è identità.
Quindi ora bisogna porre questa domanda: perché quando si fa si è liberi di fare tutto, mentre quando si è no? In quest’ottica il fare sembra la liberazione dall’essere. Il fare è innanzitutto un movimento, e precisamente è sempre un movimento di duplicazione: nel fare si sdoppia il mondo, in mondo che fa e in mondo che è.
È questa la differenza: l’introduzione di una differenza, raddoppia il mondo. L’esistenza di due mondi fa sì che il mondo del fare si possa liberare del mondo dell’essere, precisamente per il senso che questo viene ad acquisire di seconda possibilità, di mondo di riserva. L’essere è appunto il mondo generalissimo, il mondo che rimane, il mondo irriducibile. Il mondo del fare è invece riducibile, riducibile proprio a quello dell’essere. La consapevolezza che quest’atto che sto facendo non coinciderà con la mia essenza lo libera da un peso. Questo peso è il peso che opprime il mondo dell’essere: ed è il peso dell’irriducibilità, dell’irrimediabilità, dell’incontrovertibilità, in parole povere l’inesistenza di una seconda possibilità, di un ulteriore mondo disponibile.
Il mondo dell’essere è il mondo serio, mentre quello del fare è il mondo ironico.
L’invenzione dello sdoppiamento, di un essere separato dal fare, è propriamente il movimento ironico: io non sono quello che sto facendo. Questa è anche l’invenzione della libertà dell’uomo, un uomo che nel suo essere diventa indeducibile, e quindi libero. È un ragionamento perfettamente circolare: l’uomo è indeducibile perché è libero ed è libero perché è indeducibile.
Ora, indeducibile coincide con inesauribile. Il serio, il mondo dell’essere, è una realtà esausta. Il mondo del fare è invece una realtà inesausta. Quella dell’essere è l’ultima parola, una parola finita, mentre quella del fare è una parola che deve essere seguita, quindi una parola infinita. Ecco perché l’essere non si dà mai, perché la realtà è inesausta.

Ecco perché verso la stessa cosa a volte si può avere un atteggiamento tragico oppure ironico. Si ha un atteggiamento tragico quando ci si identifica con la cosa, cioè si è la cosa; si ha un atteggiamento ironico quando si pone una differenza fra me e la cosa, cioè quando non si è la cosa.
Ecco perché l’autoironia, il prendersi in giro, è l’atto di massima libertà, perché è libertà verso se stessi, libertà dal proprio essere. In quest’atto, non mi identifico nemmeno con me stesso.

Cosa differenzia l’assurdo da ciò che fa ridere? Cosa marca il confine dal comico, al grottesco fino al tragico? È che quando si ride si manifesta la differenza, l’intervallo fra me e l’oggetto delle risa. C’è un distacco, perché l’umorismo, quando non è scherno, quando non è derisione, che è un’altra forma mascherata, degradata dell’identificazione nella forma dell’odio (es. le risate a denti stretti, nervose: non sincere), è rispetto, non vuol dire altro che rispetto.
Nell’identificazione ci si esaurisce nell’oggetto, completamente, oppure si esaurisce l’oggetto in noi. L’identificazione è sempre immedesimazione, mimesi, metamorfosi. L’identificazione è diversa rispetto alla differenza perché nell’identificazione ci si scorda di sé e dell’Altro, mentre nella differenza invece si mantiene la dialettica Io/Altro. Nell’uno il sé si perde, nell’altro si mantiene, quindi la differenza è l’unico vero Aufheben; nella differenza infatti è implicita una somiglianza, altrimenti non si potrebbe dire che due cose sono differenti. Per essere differenti, due cose devono avere qualcosa in comune, almeno quella di essere parti nello stesso tutto, per esempio. Nell’identificarsi il soggetto è schiavo dell’oggetto, non c’è intervallo, c’è un Tutto-Oggetto, mentre nella differenza si mantiene la libertà di entrambi.
Le passioni prodotte dall’identificazione sono tutte unidimensionali, quindi piene, necessarie, irriducibili, uniche: sono il tragico-serio, l’odio, l’idolatria…
Quelle prodotte dalla differenza/rispetto sono tutte bidimensionali, quindi intervallate, libere, doppie: sono l’umorismo, l’amicizia, l’amore, il gioco, l’arte, la religione, la fede…

Economia: risparmiare o esaurire.
Davanti a ogni caso della vita, si pone all’uomo questo bivio: risparmiare o esaurire? Anche nei confronti di se stesso, l’uomo realizza un autoeconomia ogni volta che sceglie di esaurirsi o di risparmiarsi.
Risparmiare produce il resto, il sovrappiù, la differenza; si risparmia per esaurire. (es. lavare i piatti per poi sporcarli: il processo continua all’infinito).
Il bambino esaurisce le cose e se stesso. Esaurisce e si esaurisce, totalmente. Poi viene educato al risparmiare. E diventa un uomo maturo, che risparmia le cose e risparmia se stesso. È singolare che quando uno diventa maturo, dovrebbe voler dire che è venuto il momento buono, che si è pronti finalmente per esaurire le cose e se stessi, dopo che come allievo si è risparmiato così tanto. Ma evidentemente l’educazione non era una preparazione, non era un risparmiare con il fine dell’esaurirsi; era un’educazione al risparmio, al rinunciare a se stessi, perché chi esaurisce, se lo fa liberamente, è ingiustificato, è esposto. Chi si giustifica sparisce, si nega, si risparmia; risparmiandosi, ci si giustifica, perché non ci si differenzia, non si emerge dall’anonimato. Ci si risparmia quando si ha paura, quando si è nel mondo dell’essere, del serio-tragico. Bisogna nascondersi, negarsi. Così si rinnega se stesso. Chi si esaurisce invece porta fino in fondo (in questo senso esaurisce) la sua presenza ingiustificata, la sua differenza, spendendosi e concedendosi all’altro senza giustificarsi, quindi liberamente. Chi si spende è in questo senso coraggioso, nella misura in cui risparmiarsi è fuggire. Infatti qui non si parla di un esaurirsi nel senso di un terminarsi, definirsi una volta per tutte; si tratta di un esaurirsi non teoretico ma pratico, per così dire, nel senso che per esempio si dice tutto ciò che si ha da dire; o si fa ciò che si vuole fare, senza pensare che si potrà fare domani. Non è finire tutte le cose che devo fare in assoluto, per sempre, ma finirle per quel momento, per quel giorno. Esaurirsi in ogni momento. Il soggetto infatti è inesauribile solo perché è fatto a pieghe: e l’essere fatto a pieghe significa che si può finire di dispiegare una piega (dispiegare=esaurire), ma dopo ce ne sarà un’altra; se si pensa ogni piega come ogni atto, la metafora regge. In ogni atto ci si può esaurire, esaurendosi relativamente a quell’atto però, non assolutamente. Ma soprattutto esaurirsi in questo senso non è giustificarsi, non è l’azione-giustificante, non è una reazione. Con questo esaurirsi io chiamo l’azione autentica, nel senso dell’azione prodotta dal soggetto che si è identificato con la propria libertà, e ha quindi dissolto la propria identità nel senso di giustificazione in favore della presenza ingiustificata, del suo corpo libero che non agisce più per giustificarsi, per discolparsi, per riflesso, ma autenticamente, per volontà propria; non per realizzarsi, ma per liberarsi continuamente e liberare il mondo; insomma, per mantenere l’identità con se stesso in quanto libertà, che vuol dire mantenersi nell’aufheben in quanto differenza nell’identità che si mantiene, in una parola l’umorismo, il rispetto.

È l’uomo che si è identificato col suo fare e non con il suo essere, nel senso che non si identifica più; non si identifica più nel senso che si esaurisce nell’identificazione. Non ricerca più un’identificazione che lo scusi della sua presenza al mondo, ma ha annullato l’identificazione nell’identificarsi nella non-identità, nella differenza, che vale a dire nella libertà. Non è più essere, o meglio il suo essere è libertà (Io sono colui che voglio essere) perché il suo essere non si esaurisce in ciò che è, ma è anche ciò che non è. (cfr. Hegel)

Risparmiare è rinunciare, sublimare.
L’economia è come l’uomo gestisce se stesso.

Forse l’uomo può essere davvero giusto solamente se non è infelice.
La filosofia deve essere anche pragmatica nella misura in cui vuole parlare ad un uomo libero; per parlare ad un uomo libero, deve prima pensare concretamente a come liberarlo.

Il fatto è che non è tanto il divertissement pascaliano che fa dimenticare il reale, il presente, ma piuttosto la sparizione del presente ( e conseguentemente del soggetto—vedi sopra) prodotta dall’abitudine al risparmio. Il nostro è un presente risparmiato. Ma l’unico presente autentico è quello che si concepisce fine a se stesso, senza essere in funzione del futuro o determinato dal passato; fine a se stesso, che vuol dire che si esaurisce, continuamente; è questo che intendo con l’immagine della combustione del presente. Il presente è l’unico tempo che può essere libero, fine a se stesso; perché è l’unico tempo che è ingiustificato, sempre nuovo, presenza imprevista e mai completamente necessitata, dimostrata, dedotta.

Esplorare i legami fra erotismo e risparmio. (il negarsi=risparmiarsi che aumenta il desiderio—risparmiarsi è manifestazione di indipendenza; per questo colui che si risparmia sembra forte, bravo, figo; colui che si risparmia è infine l’ideale del duro?).

L’uomo è libero solamente se si possiede. E nel risparmio, l’uomo è posseduto da un’altra cosa, da un’astrazione. È quello che voleva dire Hegel con alienazione, o essere-fuori-di-sé. Finché l’uomo non possiede ciò che desidera, è posseduto da ciò che desidera. E il risparmio è un alienarsi volontario, un lasciarsi possedere.

PARADOSSO: il consumismo (consumare=esaurire) ha prodotto un uomo che si risparmia.

Si ritiene che l’uomo sia uomo in quanto risparmia. (Hegel-servo che sublima-risparmia il desiderio di esaurire, quindi si media). Risparmiarsi=negarsi.
In quanto il negarsi è negazione del presente in favore del futuro, è negazione della realtà, del concreto. Il concreto non si vive quindi. (per esempio, Hegel ha dovuto crearsi una fine fittizia del risparmiare—fine della storia—per potersi considerare un uomo esaurito, quindi libero). L’uomo che si esaurisce dopo il risparmio è un uomo che si ricongiunge con sé. L’uomo che si risparmia è un uomo che si aliena da sé, che si differisce nel tempo, che si congela per tempi migliori.

Il discorso sul risparmiarsi è questo: con risparmiarsi possono essere intesi due opposti: sia il negarsi perché si ha paura e in questo caso si ha il risparmiarsi come giustificazione, come sparizione, come nascondimento di sé (cfr. con necessità della premeditazione: allacciandosi a quel discorso, si capisce bene come si configura questo risparmiarsi “negativo”: il risparmiarsi negativo è l’andare in macchina, l’azione chiusa al mondo, il tunnel scavato nel mondo; l’andare a piedi è invece il concedersi, l’uomo che esaurisce la sua presenza nel darla tutta, completamente al mondo, nell’azione aperta perché il mondo possa entrare in essa).
Ma il risparmiarsi può anche essere inteso come risparmiarsi “positivo”, cioè come il liberarsi dall’esaurimento immediato, dall’esaurimento inteso non più come il non-celare la propria presenza ingiustificata, ma come soddisfazione di un desiderio. Il risparmio positivo è per esempio risparmio in funzione di accrescimento del piacere nell’esaurimento futuro (vd. Erotismo).
Per esempio, il fare nel senso del recitare può essere inteso come un risparmiarsi; qui si intende un risparmiarsi come non esaurirsi del mio essere, come differenza liberatrice, negare se stessi nel senso di chi dice “Io non sono ciò che sto facendo”.
Il problema è che la cosa si risparmia sempre, nel senso che è inesauribile, non può mai esaurirsi completamente, assolutamente, ma solo relativamente, parzialmente (vedi sopra). Però la cosa, in questo negarsi, non si nega completamente, altrimenti io non la percepirei nemmeno, non la desidererei. Perché una donna mi si possa negare, e negandosi accrescere quindi il mio desiderio per lei, per esempio, ha dovuto in qualche modo darsi, ha dovuto porsi in primo luogo, volente o nolente: ed è solo quando si concede però nello stesso tempo si risparmia (aufheben erotico) che il mio desiderio cresce maggiormente; se invece lei si fosse solo risparmiata, si fosse solo negata, non avrei voluto approfondire.

La curiosità, l’eccitazione nasce dalla parzialità, dall’intravedere: se non ci fosse il vestito, io non desidererei così tanto la nudità della donna; la scollatura è esattamente nel mezzo del seno, come la gonna più eccitante è alla metà delle gambe: l’erotismo, la curiosità e l’eccitazione stanno esattamente nel mezzo fra il concedersi e il risparmiarsi. È in questo senso che questo risparmiarsi è “positivo”, nel senso che non si nega per nascondere il sé, per annullarsi sotto la minaccia della paura di mostrare il mio sé ingiustificato; non nega totalmente, ma semplicemente si risparmia nel senso che non afferma totalmente. La differenza è sottile, ma è importantissima. Non afferma completamente, non si concede completamente: in una parola, è inesauribile. Il risparmiarsi negativo è la paura di esaurirsi, e quindi la rinuncia all’esaurirsi; mentre il risparmiarsi positivo è preso dal punto di vista dell’essere, che si risparmia sempre un po’, anche se io lo esaurisco e voglio esaurirlo. Del resto senza il continuo esaurirmi, senza il continuo concedermi, non avrei consapevolezza della mia inesauribilità, così come se non provo continuamente a possedere, ad esaurire le cose, non capirò mai che sono inesauribili. Si tratta solo di capire che anche se io e le cose siamo inesauribili, non vuol dire che non ci possiamo esaurire; si ritorna all’essere che si dà come piegato, ad angoli, curvato.
Siamo arrivati quindi al punto: il risparmiarsi positivo è una determinazione dell’essere, la sua inesauribilità, mentre invece il risparmiarsi negativo è un atteggiamento che può assumere l’io, che non è un non-concedersi ironico attuato liberamente come gioco, come fare, ma è un negarsi serio dettato necessariamente dalla paura dell’essere.
Infatti quando ci si risparmia nel presente in funzione dell’esaurimento futuro idealizzato non si pensa di risparmiarsi nel senso che lo si intende nel gioco, o nell’erotismo, non si risparmia nel senso che non ci si vuole concedere ironicamente, insomma; ma invece ci si risparmia per il sentimento opposto, per il peso della paura, per fuggire, per nascondersi. Chi si risparmia positivamente lo fa per liberarsi, per aprirsi, per uscire (ci si maschera per porre una differenza, quindi per liberarsi); chi invece si risparmia negativamente lo fa per nascondersi, per chiudersi, per annullarsi.
Infatti chi risparmia negativamente risparmia il presente costruendosi un fittizio momento futuro in cui “ci si potrà esaurire”, ma questa specie di licenza che gli darà il futuro è dettata dall’identificazione erronea presente=ingiustificato, colpevole, da giustificare e futuro=giustificato, salvo, libero. Questo è un risparmiarsi di chi è alla ricerca disperata di una giustificazione.
La differenza fondamentale è fra un risparmio che nega, che annulla il sé e uno che invece lo mantiene, che rispetta il sé (aufheben-porre la differenza mantenendo l’analogia fra fare ed essere). Come chi concepisce una verità che semplicemente si nega e quindi per noi potrebbe benissimo non essere, invece di concepire una verità che esiste, ma semplicemente non si può cogliere in modo oggettivo, definitivo, ma solo simbolicamente, cioè in una parzialità (Cusano-raggi del cerchio).
D’ora in poi quindi per chiarezza definirò “concedersi parzialmente” l’esaurirsi del risparmiarsi positivo, mentre invece intenderò con risparmiarsi il risparmiarsi negativo.

La seconda possibilità

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 13:26

Cristo sdoppia il mondo in terra e cielo, crea una differenza, un intervallo (trascendenza) per liberare questo mondo per mezzo dell’altro, allo stesso modo che con lo sdoppiamento ironico si libera il mondo dell’essere mediante il mondo del fare. Totale immanenza= mondo pieno= identità= costrizione, necessità (Spinoza); immanenza/trascendenza= mondo intervallato= differenza (Cristo). Ecco il ponte fra il movimento religioso ed il movimento ironico: il fatto di sdoppiare il mondo, e mediante lo sdoppiamento liberarli entrambi. Ironia di Cristo: questo mondo non è tutta la verità, anzi, la verità sta altrove, Io sono altrove (cieli).

Il fatto che l’essere si dia temporalmente è uguale a dire che l’essere è libertà. L’equazione tripartita è: Essere=tempo=libertà. C’è la stesso sdoppiamento ironico anche nel tempo: non è tutto qui, io non sono tutto qui, non sono finito, io sono anche dopo (altrove).

Questa è la differenza fra la realtà che rimane dialettica e la realtà conciliata, identificata, indifferenziata: la dialettica che ha successo è quella del movimento ironico, cioè che mantiene l’ambiguità; quella che è identità, o è dialettica fittizia, è quella che non permette il movimento ironico.
Bisogna che ci sia la possibilità di fuga, la via di fuga, la seconda possibilità perché ci sia un autentico sdoppiamento ironico, e quindi perché ci sia la libertà. L’essere fugge letteralmente, come una donna che scherza con un uomo cercando di sedurlo: e lo scherzo della seduzione implica quel concedersi senza concedersi totalmente, la stessa cosa che fa l’essere dandosi temporalmente. Anche il presente, non è l’unico tempo che esiste: il presente è realtà vera, concreta quando è unione di presente e non presente (passato e futuro), ora e non ora, mantenuti dialetticamente, non soppressi come verrebbe in mente per esempio nel concetto di eternità inteso come a-temporalità.

Ermeneutica e erotismo

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 13:22

Quando io provo desiderio, la cosa si libera dal resto (da quello che si configura come resto solo tramite l’emancipazione della cosa). Questa percezione dello svincolarsi della cosa dal resto rompe il mio equilibrio percettivo, e mi crea un impulso a ristabilirlo, quindi a ricacciare quella cosa nella schiavitù dello sfondo. La voglio consumare perché è un mistero; la sua libertà, l’atto con cui si è emancipata dall’anonimato dello sfondo, mi getta nell’angoscia dolce, erotica della libertà.
Quando una cosa si libera dal resto è come se si svestisse: la cosa astratta, liberata è la cosa nuda, spogliata dal resto. È come nella scollatura: per suscitare desiderio, curiosità, la cosa deve essere nel mezzo, deve essere un po’ vestita (dello sfondo) e un po’ libera, nuda.

Il fatto stesso che la verità si dia in modo ermeneutico, cioè inesauribilmente, implica che si conceda sempre negandosi, non concedendosi mai definitivamente: ecco che si ha nei confronti della verità un desiderio erotico. Tutto il discorso esistenzialista dell’essere che non si dà, che non si oggettiva completamente, però parzialmente sì…è un discorso erotico. 

Il desiderio è pensare liberamente a una cosa (fede, fine a se stesso). Infatti è un prenderla come fine; fine—limite. Il desiderio è la profondità del mondo che si curva, che si piega su una cosa singola. Questa cosa singola si pone come da dispiegare, e si pone come punto di fuga della realtà.

Giustificarsi, necessitarsi sono una forma di sparizione. Di identità, di metamorfosi nell’altro. Non si vede la differenza, quindi non c’è libertà.

Differenziarsi è liberarsi: “lui può, è diverso”. La differenza è la licenza ironica, di poter fare senza essere.

Lo sguardo liberatore

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 13:17

Il tempo è libertà che si fa necessità. Il presente è la combustione della libertà, l’esaurirsi della libertà.
Il presente brucia la mia vita trasformandola in nulla, in morte. Il mio vivere è un morire continuo. Questo morto è nulla, ma non nulla senza valore. Ciò che muore è ricordato, e in quanto ricordato, necessario, si pietrifica in essenza, per agire sul presente come giudizio.
La vita è dunque una fuga, data dal fatto che la vita precede sempre un po’ la morte, la libertà è sempre prima della necessità; non ci si esaurisce completamente, se non nel momento della morte assoluta, la morte vera e propria.
L’ingiustificato è una libertà che non si necessita, che non si giustifica. È un errore nel tempo, un buco nella rete. È la visione estetica, la cosa fine a se stessa, il giudizio riflettente kantiano e la parola esoterica. È l’inutile di Bataille. La cosa fine a se stessa è come se non passasse, come se non morisse. È come se si liberasse dall’essenza (per l’uomo l’essenza è l’identità). È la parola esoterica, che libera il linguaggio dalla sua essenza e porta il nuovo, porta la vita nel linguaggio morto dei riflessi, perché è un’autentica domanda, un autentico problema. Nella considerazione della cosa fine a se stessa vediamo davvero solo il presente, vediamo davvero solo il bruciare della libertà. Il presente si libera dal passato e dal futuro, perché si guarda con gli occhi dell’istante eterno.

 Un tale sguardo fa rivivere, attualizza le cose perché le brucia; nel senso che la libertà dello sguardo le libera dall’essenza in cui sono cadute e le rende nuovamente inesauribili, da esaurite che erano (le rende nuovamente sospese, da (ac)cadute che erano). Sono io che con la mia libertà libero le cose guardandole con lo sguardo estetico. È un trasferire la mia libertà alle cose, per invertire il corso del tempo. Ciò che non ha vita, la cosa inerte, la materia morta, è la materia dell’opera d’arte. Ora, l’arte consiste proprio in questo: prendere un morto, prendere un pietrificato, un qualcosa di esaurito, di definito, di passato, e farlo rivivere, liberandolo dal posto in cui era caduto. Letteralmente spostandolo, creando una differenza (gabinetto di duchamp). Lo sguardo dell’arte fa l’impossibile, cioè una cosa che si è pietrificata in una posizione, che è a tutti gli effetti morta, viene liberata; la pietra diventa pelle, l’essenza diventa essere, la necessità libertà e il giustificato ingiustificato; e soprattutto, ciò che si è liberato lo si è liberato per sempre. L’opera artistica rimane sempre fine a se stessa; non tornerà più morta, finchè ci sarà uno spettatore a liberarla, a tenerla in vita.

L’ingiustificato rimane domanda fintanto che non si giustifica. Solo al passato infatti si può dare risposta, o meglio solo il passato risponde. Il presente, in quanto è libertà, è un continuo domandare, continuo ingiustificato bisognoso di giustificazione. La presenza è ambigua perché è libera, e la libertà è una domanda, come una domanda è l’opera d’arte, perché ingiustificata.

Il corpo, la materia è la realtà dello stesso passato, il sedimento, la necessità; il bruciare del presente forma la materia, l’accadere si abbatte sui corpi come uno scalpello e li plasma. Il corpo è l’immagine stessa, l’impasto di tutto ciò che è trascorso (vedi ritratto di Tullio Pericoli; viso plasmato dalle abitudini, dalle posture, dal comportarsi); la terra è ciò che è accaduto fino ad ora. Il corpo è precisamente il passato che si ripropone come presenza. In quanto passato che si ripropone come presenza, però, è anche necessità che si ripropone come libertà, libertà possibile, latente. Ed è qui che entra in gioco lo sguardo dell’uomo di cui parlavamo. Il corpo in quanto presenza materiale del passato, o meglio, materia formata, definita dal passato, è passibile di liberazione da parte dell’uomo. Il corpo è una memoria fisica e non spirituale, ed è quindi una traccia vivente, un giudizio, una necessità. Ma il corpo è da noi avvertito come presenza, presenza originaria, e non come traccia, non solo come necessità, come scolpito. È come se la presenza in sé, la presenza materiale, fosse ambigua, ambivalente: da una parte, in quanto domanda, richiede una risposta, poiché è semplice presenza, ingiustificata; d’altra parte, in quanto risposta, in quanto definito e pietrificato, è giudizio, è la prima giustificazione, il primo riferimento del mio io per esempio. Nella presenza materiale ritroviamo proprio quella perfetta unione fra morto e vivo, necessario e libero, giustificato e ingiustificato, essenza ed essere, risposta e domanda che troviamo nell’opera d’arte; come l’opera d’arte, la presenza è un morto che torna a vivere, un qualcosa di necessario che si è liberato, continuamente. È questa ambivalenza è da ricercare in ultimo nell’irriducibilità del corpo, che è insieme ultima parola e prima, nel senso che è definito, delimitato, scolpito, necessario, ma è anche irriducibile, inesauribile (tranne naturalmente nel caso della morte assoluta); nella vibrazione del corpo vivo si riconosce questa ambiguità, si riconosce lo stesso bruciare del presente; è la sede fisica della combustione, per così dire. È ciò che si muove con il movimento del tempo, è ciò che propriamente muore definendosi sempre in una nuova posizione, che non è mai però definitiva, e che quindi è apertura a nuove posizioni, libertà.

Provare la vita

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:57

Si concepisce l’esistenza, la vita come un voler trovare qualcosa, come un cercare. Cercare sotto il nome di qualcosa è sempre cercare la necessità; vale a dire: le altre cose che si cercano sono solo maschere, sotto alle quali si cerca sempre la necessità, la giustificazione.
Questo processo è una vita come condanna; la vita come inferno è la condanna a schiavizzarsi progressivamente, ad annullarsi, tendere a scomparire, a “non avere niente di strano, niente di casuale”. A confondersi, giustificarsi, sparire (rendersi trasparenti al posto di opachi; uomo trasparente e uomo opaco; il primo giustificato, solo il secondo è vero corpo, presenza ingiustificata).
L’unica cosa che si può veramente trovare, nel senso di qualcosa di davvero nuovo, una vera aggiunta che è però solo riconoscimento, accensione di qualcosa che giace spento, e non condanni all’eterna coazione a ripetere della necessità è la libertà, la mia libertà.
Trovare la libertà è uno smettere di cercare non in generale, ma di cercare per necessitarsi. In altre parole, si continuerà sempre a cercare, a trasformare il dato; non muore il movimento, la realtà è anzi ancora più dinamica; solamente non si cerca per giustificarsi. Non si cerca credendo di trovare nel trovato un ultima parola, una necessità. E l’evento che accade quando non cerco più un’ultima parola è che l’ultima parola diventa la mia libertà presente. L’ultimo diventa il già. Quando ragionavo in termini di necessità alienavo la mia salvezza, perché la vedevo in un futuro; mi alienavo, ponendo la mia giustificazione, la mia fede, il mio ricongiungimento con me nel futuro, e cioè in un ultimo imprecisato.
È smettere di cercare un ultimo perché si riconosce che si ha già ciò di cui si ha bisogno, e cioè la libertà. Questo è la fede stessa. Prima, si crede che per essere salvi, bisogna essere giustificati, bisogna fare, dire, essere qualcosa. Si crede che per salvarsi debba avvenire un atto, un ultimo evento che sancisca l’inizio della vita salvata, giustificata. Questo è l’approccio discorsivo, dimostrativo, empirico, necessitaristico alla vita: per credere in una cosa, devo avere una prova, deve avvenire un atto concreto, devo dimostrarla, comprovarla. L’altro è l’approccio della fede, che dice che non c’è ultima parola, o meglio dice che l’ultima parola è già stata detta, in modo che si è dispensati dell’ultima parola. Che è lo stesso dell’amore, alla fine. Amare-avere fede, credere in qualcosa è non chiedere più niente a questa cosa. È considerarlo come finito; che non è un volerlo essenzializzare, immobilizzare, necessitare: è l’opposto, è un volerlo liberare dal doversi giustificare, dal doversi dimostrare, provare, dal rendersi degno. Lo sguardo della fede non è più condizionamento: lo sguardo della fede libera il suo oggetto, perché non gli chiede qualcosa, non gli chiede un sovrappiù oltre a se stesso per credere alla sua realtà. Ci crede e basta. La fede è quindi un atto ingiustificato che crede a qualcosa di ingiustificato. Che vuol dire: la fede è un atto libero che crede in qualcosa di libero.
E lo sguardo della fede è lo stesso dello sguardo artistico, dello sguardo fine a se stesso: lo sguardo dell’arte, il giudizio estetico kantiano, libera la cosa perché la vede in modo fine a se stesso, finito, compiuto, autotelico. La cosa d’arte è una cosa ingiustificata, e noi come fruitori diamo il consenso a un ingiustificato, e invece che deriderlo come ridicolo, come faremmo nella vita quotidiana, della necessità, dell’utile, consideriamo questa cosa inutile in se stessa molto seriamente, seriamente come la serietà dei bambini nel gioco, che è la serietà più intensa e assieme la più autentica. (Callois; Bataille). È in questo senso che la fede rimette i debiti: non chiede più niente, non chiede quello che si dovrebbe chiedere. In questo senso libera il suo oggetto. Il guardato è liberato dal suo debito nei confronti di colui che guarda, l’uomo osservato è dispensato dal comportarsi nei confronti dell’uomo che lo osserva.
Trovare la libertà si può intendere quindi anche come liberare se stessi per mezzo della fede, fede in se stessi e negli altri. La fede ha già fede nell’oggetto, prima che questi si giustifichi e si sia reso degno di fede. È interessante il fatto che la mia salvezza riposa sia nelle mie mani che in quelle dell’altro, nel senso: io devo avere fede in me stesso e in quell’altro, e quell’altro deve avere fede in me e in se stesso. Altrimenti, non ci si libera, non ci si salva. Solo nell’altro stanno le mie speranze di salvezza. È solo l’altro che mi può dispensare dal debito: se io stessi ipoteticamente da solo, non potrei mai estinguerlo, perché il debito è la mia stessa presenza al mondo.
Quindi trovare qualcosa che si aveva prima di cercare, trovare ciò che si ha già.
Trovare la libertà è la svolta di una vita che smette di concepirsi come schiava, imbarazzata e inizia a concepirsi come vita trovata, sovrana, coraggiosa (nel senso del coraggio della fede, che crede senza le prove, che crede senza sapere dove va a finire; vedi fede-fiducia-sicurezza-soddisfazione).
Non più una vita in funzione, e quindi alienata; ma vita in se stessa. Non più vita mediata dalla vita futura, ma vita immediata.
Fermare il mondo, tacere, trascendere, rompere la serie a catena, l’ansia nervosa di giustificarsi, di sparire in un gesto utile, in un comportamento: fermarsi e pensare che io ero, vivevo anche prima di iniziare questa serie; cos’ero io prima di asservirmi, prima di iniziare a cercare di giustificarmi? Pensare a ciò che già sono.
Non più vita che fugge da sé, che si difende da sé, ma vita che non deve più nascondersi, vita salvata e vita liberata, nuda, vita impotente e inutile.
Una presenza libera è una presenza dispensata dall’essere comprovata, doppiata.

È chiaro che anche il discorso della premeditazione e del sistema chiuso-aperto, viaggio a piedi e in macchina, è da ricondurre al discorso dell’ingiustificato e della ricerca della necessità.

La ricerca della verità, e in ogni caso ogni ricerca è una ricerca di necessitarsi, farsi sempre più necessario, di sostituire il giustificato all’ingiustificato. L’uomo vuole la verità, l’essere, Dio, l’Aleph..quel punto necessario dal quale tutto possa finalmente essere pietrificato, necessario, morto. L’uomo ha già la verità, l’oggetto della ricerca: l’uomo cerca sé libero, che è nello stesso tempo cercare sé dopo aver trovato la necessità e cercare sé prima di aver iniziato a cercare. (escatologia/ protologia di Pareyson). Io cerco l’io che dirà l’ultima parola, come quell’io che l’ha già detta.
Anche la ricerca dell’istante, dell’ultima parola per esaurirsi, sono ricerca di necessità: l’unica conquista possibile è una conquista di ciò che si ha prima di conquistare; è la libertà che è stata soffocata dalla ricerca della necessità.

La magia della casualità

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:49

L’uomo vuole trasformarsi in una cosa, in un burattino, nella misura in cui non vuole essere responsabile, non vuole essere ciò che fa.
Egli non può reggere il peso della responsabilità (responsabilità=rispondere di sé. Rispondere è qua proprio nel senso di giustificare. L’uomo maturo deve essere responsabile, deve giustificarsi, non già di un atto particolare, ma generalmente, a priori. In questo senso responsabilità è il dover essere identico a sé stesso, il mondo dell’essere, del serio, unidimensionale, irriducibile). O meglio, può reggerlo, ma solo a patto di rinunciare alla sua felicità, al suo sentirsi libero, perché quando si ha questo peso, ci si sente oppressi dal doversi giustificare—appunto, dover rispondere di sé.
(l’uomo deve rispondere di tutto—allora escogita i pretesti, le situazioni per “far passare” le cose nuove di fronte alla sua comunità. Ad es. il matrimonio per rispondere, per dar ragione dell’atto dello stare insieme con un altro).
Da qui si spiega quell’amore per la casualità, per la coincidenza, per l’impersonale, ciò che accade senza che io lo voglia; la maggiore bellezza della casualità, della sorpresa, rispetto a ciò che è voluto, rispetto al previsto.
Il burattino, la necessità, l’impersonalità difende l’uomo dalla responsabilità di sé, lo esime dal rispondere di sé, perché non si è responsabili di ciò che non si è voluto, non si è responsabili quando non si è scelta liberamente la cosa. “Io non volevo, ma è successo”, oppure la differenza che c’è fra iniziare a parlare con una donna, provarci, rispetto alla magia dell’incontro dettato dal caso, dalle circostanze che spingono due persone insieme. La stessa cosa succede con tutti i pretesti dell’uomo per “scusare” le cose, per esempio per vedersi con una persona si cerca di trovare un pretesto (andare a ballare, giocare a qualcosa, il compleanno, il natale…”hai visto cosa fanno al tal locale? Cogliamo l’occasione”—non sono io, è il locale che sembra il motivo determinante del mio desiderio). È modestia, queste cose sono anche i complimenti.
Il volere è raro senza scusanti, senza giustificazioni, è raro il volere per il volere; questo c’è solo nelle situazioni salve, liberate, come l’amicizia o l’amore. Com’è che si salva una cosa? Con la differenza, che la libera. Una cosa si salva quando la si prende in modo ironico, con rispetto, quando la si differenzia. Salvare una cosa è preservarla, come gli ambientalisti che preservano le specie in via d’estinzione; avere cura di una cosa è preservare, rispettare la sua differenza, come si preserva quella peculiarità che è una specie animale, o un tipo di fiore. È simile al preservare anche le culture locali, rispettare il locale, contro il processo della globalizzazione. Salvare una cosa è differenziarla, non avere vergogna della sua differenza.
Questo giustificare la volontà è sempre una forma di negarsi, un risparmiarsi, un dire “Non è che ti voglio vedere perché ti voglio vedere, ma perché c’è quest’occasione.” È una forma di nascondimento di sé.

Tutte le forme di differenza (il gioco, l’arte, l’ironia…) comprano il prezzo della licenza, della libertà con la differenza, con lo sdoppiamento del mondo; di conseguenza, sono liberate dal modo normale con cui si paga, che è l’impersonalità, la giustificazione che scusi.
La differenza, il secondo mondo è l’invenzione di sana pianta di una scusante, di categorie scusate (lui può, è un artista; si può, siamo in un gioco; stava solo scherzando; lui può, è un bambino—cercare tutte le categorie salve), liberate dall’obbligo della responsabilità, del dover rispondere, del doversi motivare sempre e a priori.

È poi sempre la stessa storia, è come nell’erotismo: il presentare la volontà in modo impersonale è un modo di presentarsi concedendosi e risparmiandosi allo stesso tempo; è il risparmiarsi negativo, quello che non è autentico ma è costruito. È il risparmiarsi di chi vuole sembrare indipendente ostentando indifferenza; di chi vuole apparire libero, ma in quanto vuole apparire, non lo è.

Libertà, differenza, combustione

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:43

La volontà di giustificazione è anche l’istinto totalizzante del pensiero umano (eguaglianza, contrappeso). L’ingiustificato è parziale, è squilibrato, sbilanciato, ed è come se rimanesse a metà; l’ingiustificato può infatti essere inteso anche come resto, come di più o come di meno. Il giustificato è sempre 0.
Ogni cosa, nel suo apparire, provoca uno squilibrio. È lo stesso presentarsi della cosa, il suo liberarsi dallo sfondo, dalla catena uniforme di fenomeni, che fa tutt’uno con la mia astrazione. Non ha molto senso chiedersi se sono io a liberare la cosa con il mio astrarre o la cosa si libera da sé nella sua configurazione: il fatto è che questa cosa avviene, succede, e lo esprimo in termini impersonali perché anche nel caso che fossi io a liberare la cosa non lo farei in modo conscio; il desiderio di una cosa mi viene, sicuramente non dalla mia volontà; al massimo avviene a causa mia ma nel senso di a causa del mio inconscio.
La cosa, in questo suo presentarsi, si astrae e si libera (per approfondire il discorso del darsi/liberarsi della cosa, continuare quello sulla facciata) dal contesto-sfondo-concreto, dall’essere-assieme-con, dal confondersi. Liberandosi, mi colpisce, perché si libera solo in quanto io le do spazio, in quanto io sono un vuoto che la accoglie (due mondi: fuori e dentro); la cosa trova spazio, via di fuga in me, e attraverso questo fuggire in me si libera dal pieno-costretto che la incatenava immobile allo sfondo. L’uomo si abitua gradualmente a non considerare le continue astrazioni che lo bombardano, specialmente nel mondo moderno (il troppo pieno di stimoli come una delle cause del risparmiarsi patologico).
Nel loro offrirsi le cose sono squilibrate, ingiustificate, astratte, sospese e quindi irrisolte, insolute. Il quotidiano, il normale è lo stesso sfondo, l’anonimo-uniforme, l’indifferenziato (punto da chiarificare). Ora, da questo sfondo si astraggono, si liberano delle cose (generalmente ciò che si libera è ciò che io desidero, ciò che mi eccita, che stimola la mia curiosità; mi attira perché è simile a me però non è esattamente me—aufheben—per esempio la donna per l’uomo; la donna è della stessa specie dell’uomo, però è differente da lui; è uguale e differente nello stesso tempo). Dire: identico e differente è ciò che si dovrebbe dire di ogni Altro; e questo concetto di identico-differente (aufheben) può costituire anche una definizione del concetto di libertà, nel senso di distinguerla dal puro arbitrio.
La libertà esce (proprio nel senso fisico dello scaturire) dall’essere differente, dalla differenza; perché la differenza è sempre una trascendenza, quindi è un abisso, un salto nel quale può aver luogo l’inesauribilità, il non-definitivo (che è l’impesabilità, l’irriducibilità di una cosa ad un’altra cosa).
Il dire: questa cosa è differente dall’altra, vuol dire che non è riducibile, non è esauribile, non è identificabile con l’altra.

È questo il resto, il sovrappiù della differenza (vedi il rapporto fra resto così concepito ed essenza nella concezione aristotelica—la peculiarità dell’individuo è il suo aspetto irriducibile), che uno vorrebbe sempre giustificare, quindi annullare.
Nei rapporti umani, il riconoscimento di questa irriducibilità si chiama rispetto. Il rispetto è esattamente il riconoscimento della differenza fra me e l’altro, con l’impegno di non chiedere all’altro di risolversi in me, di non voler ridurre l’altro a me. In questo senso, come non-chiedere-di-più, è molto vicino al concetto di fede (il chiedere qualcosa in più è esattamente la volontà di eliminare, di azzerare il resto che contraddistingue l’ingiustificato).
Qui c’è il discorso del possesso: possedere non è acquisire, nel senso di andare in positivo, ma è giustificare, azzerare, riportare all’equilibrio, al livello 0 qualcosa che mancava, che si era configurato come negativo, come sovrappiù nella sua astrazione dallo sfondo.
È quindi il nulla, il vuoto che permette la differenza e quindi la libertà.
Ciò che è pieno è necessariamente identico. Non vi è libertà dove non vi è vuoto, perché libertà è libertà di movimento, libertà è la via di fuga.
Ciò che invece ha dei vuoti, ha delle parti, è differente. Ed è solamente il vuoto che mi permette la libertà. Per capirlo, basta visualizzarci i due modi in cui si dà concretamente il vuoto: il vuoto spaziale e il vuoto temporale, che si riducono comunque ad un unico tipo.
È solo perché c’è del vuoto intorno a me che io posso muovermi, come solamente grazie a quel vuoto temporale che è il futuro io posso avere ancora tempo, che è la condizione per il mio agire, quindi per la mia libertà.
Essere circondato dal vuoto: ecco la mia libertà. Grazie al vuoto, io posso muovermi; del resto è semplice capire che senza vuoto io sarei tutto, sarei pieno. Questo equivale a dire che non c’è libertà senza possibilità; la libertà sconnessa dalla possibilità intesa come reale occasione, è mero arbitrio, è astrazione.
Anche biologicamente, non vi è vita nelle cose piene. Dentro al sasso non si muove nulla. Il sasso infatti non è cavo, non ha spazio al suo interno; è completamente pieno, in esso non può accadere nulla perché ci vuole un luogo dove qualcosa accada, uno spazio, e nel sasso questo spazio non è disponibile.
Le cose piene sono quindi prive di vita. Per diventare vita, una cosa deve vuotarsi, fare spazio dentro di sé, diventare cava; il che non vuol dire diventare vuoto, vuol dire avere un interno e un esterno o meglio essere un vuoto delimitato, un nulla positivo. Anche l’unità base della vita, la cellula, ha la sua caratteristica principale nel fatto di essere una membrana, e quindi nel fatto di costituire un interno, in cui le cose possono entrare e uscire.

Da qui sarebbe interessante parlare del mito ebraico della creazione dell’universo da parte di Dio. Il problema è: se egli non ha nulla al di fuori di sé, come fa a creare? Per creare bisognerebbe creare qualcosa fuori di sé; il problema è “risolto” dicendo che Dio inspira e si ritrae in sé stesso, in modo da generare un vuoto dentro di sé. Dall’Uno ne vengono Due, che comunque rimangono nell’Uno. Ecco che io pur rimanendo Uno posso essere sia vuoto che pieno.
Allo stesso modo la vita deve essere cava. Non c’è niente che sia vivo senza essere cavo, senza avere una differenza fra interno ed esterno.
Solo con dei vuoti che intervallano il tutto si può dare la parzialità; dato che nel Tutto non c’è alcuna libertà, perché il Tutto è finito, non ha alcun vuoto fuori di sé, nel senso che non ha nemmeno il nulla fuori di sé; il tutto è sempre identico, il tutto non dura, non ha tempo. Solamente la parzialità non è finita, è infinita, nel senso che non è mai tutto, quindi non è mai esaurita. In quanto non è finita, la parzialità dispone del vuoto; ora, questo disporre del vuoto (o del tempo) è precisamente la libertà.
Ecco in che cosa la libertà è possesso. Libertà è poter disporre del vuoto, del tempo e quindi della potenzialità. È sostanzialmente libertà di movimento in senso ampio.
Dunque io non è che essendo libero sia vuoto; è che il vuoto è l’immagine stessa della possibilità, un non ancora che esiste concretamente come posto non occupato, disponibile.
L’immagine del fuoco è forse quella che rende meglio: senza spazio, senza vuoto, il fuoco non può bruciare.

(Continua. Fine prima parte)

La parola esoterica

In Filosofia on 1 Aprile 2009 at 12:32

Esoterico—essoterico. Ogni uomo è portatore di un segreto, ogni uomo è esoterico. In quanto libero ed inesauribile, l’uomo è sempre esoterico che si essoterizza, sacro che si profana. Ma il sacro, così come esoterico, è inesauribile, per la libertà dell’uomo. La realtà quotidiana, la famiglia, la casa, è un ambiente povero di interesse e curiosità perché è un ambiente essoterizzato, pubblico. Nel momento in cui c’è un cambiamento di livello nella conversazione, il momento in cui il linguaggio è parola di verità è solo quanto c’è un esoterico che si essoterizza. Nella chiacchera ci si scambiano riflessi di parole essoteriche, come giocando a palla; ma nessun tiro fa breccia. Ad un tratto uno fra i presenti proferisce la parola esoterica: ed ecco che la parola esoterica è tale, che trasporta su un altro livello, che esaurisce la parola e fa percepire l’inesauribile nel medesimo atto, che si fa parola di verità, la verità dell’attimo di chi la proferisce; e la parola esoterica non può che fare breccia, distruggendo l’essoterico. La parola esoterica è violenta; getta addosso chi deve risponderle il peso enorme della scelta; è provocazione che dice: “E ora che farai? Ti difenderai ancora, anche se non potrai più mascherare la tua difesa come normalità, o accoglierai? O anche tu dirai la parola esoterica?”. La parola esoterica è un salto, un salto che bene o male lo devono fare tutti, anche chi non l’ha proferita. La parola esoterica è sfida, sfida violenta. È una stoccata. È un pungere l’onore di chi la riceve. È un dire: Io mi sono rivelato, mi sono essoterizzato. Tu cosa farai? Hai il coraggio di farlo anche tu? È chiaro come qui sia in gioco l’onore, in modo tale che chi non accetta la sfida non lo può fare senza vergognarsene ed esserne turbato. In ogni caso le cose non possono andare più come prima. Ecco perché la parola esoterica spezza la chiacchera, fa breccia nella rete preordinata dei riflessi essoterici, fa fare un salto.
Ecco perché la parola esoterica è parola di trascendenza  e parola di libertà, o meglio di liberazione. È atto e non teoria, pratica esoterica, sacra, trascendente, libera e liberativa. È un opera d’arte. Una parola esoterica regala ad un momento, ad un giorno o ad un intera vita una dignità fine a se stessa, una bellezza che è solo quella della liberazione. La parola esoterica è come un opera d’arte perché produce la differenza, forse è più che l’opera d’arte perché porta la differenza direttamente nel quotidiano, in modo improvviso e imprevisto, a differenza dell’arte che generalmente si va a vederla, ci si prepara a vederla.