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Il sospeso e il contrappeso
In Filosofia on 10 Aprile 2009 at 13:56All’uomo servono criteri, unità di misura, contrappesi: ad esempio il denaro; il denaro è prima di tutto un contrappeso, un eguagliare la cosa, un identificarla. E’ il denaro che mantiene lo scambio in equilibrio (livello 0), che giustifica cioè lo scambio evitando il formarsi di imbarazzanti scompensi–io ti darò questo, perchè tu mi hai dato questo, perchè lui ti ha dato quest’altro…cfr. con la tragedia e la colpa dei padri che si trasferisce e la catena del delitto di sangue che contagia; la vendetta è desiderio di annullare lo scompenso (che in questo caso è la colpa), il resto, rimasto ingiustificato, sospeso. Debito e credito nel tempo (vedi altri articoli).
L’alternativa al denaro infatti non è il baratto; il baratto è già denaro, già giustificazione, contrappeso per eguagliare un sospeso. Il vero opposto del denaro è il dono. Nel dono libero io non sto più percependo ciò che mi è donato come debito, cioè come qualcosa da eguagliare, come sospeso, ma come qualcosa che rimane liberamente ingiustificato; nel dono io sono libero di negare la risposta, il contrappeso. Il dono è per eccellenza ciò che non chiede di essere uguagliato. La stessa cosa è percepita da colui che regala, che compie il gesto del dono: ciò che egli da non è percepito come credito, come sospeso che deve essere uguagliato in futuro; non si esige un contrappeso. Il dono, come il mondo del fare, è un altra differenza che libera dal contrappeso, dalla giustificazione.
Questa differenza deve essere riconosciuta; si deve dire “è un dono”, si dona quando è festa, ecc…
Quindi le conclusioni che possiamo trarre sono che l’uomo ha ossessione dell’ingiustificato, del sospeso, in tutte le sue forme. Ha allora inventato due modi per gestirlo: 1- Sopprimere il giustificato; quindi annullarlo con un contrappeso, o rimanendo nel giustificato, nascondendolo (livello 0); 2-Riconoscersi l’un l’altro l’ingiustificato, considerandolo come differenza riconosciuta; questo è un superare l’ingiustificato mantenendolo (aufheben). Nel primo caso io non faccio un regalo per evitare la sensazione di “conto in sospeso” che ne deriverà; nel secondo, io faccio un regalo, e supero la spiacevole sensazione dell’avere un conto in sospeso riconoscendo con gli altri che quell’atto è ingiustificato, cioè è giustificato nella sua ingiustificatezza. E’ sempre un dire: questo è diverso, questo può rimanere così; appunto, è un regalo, non ti preoccupare.
Libertà, Differenza, Combustione (seconda parte)
In Filosofia on 10 Aprile 2009 at 13:35Ma il fuoco non viene nemmeno solamente dal vuoto. Viene anche dal combustibile, dalla materia piena. Il fuoco è mistero, il fuoco scaturisce. Il fuoco è così efficace come metafora del vivente perchè è movimento, ed è il prodursi dell’energia; l’energia, anche nelle cellule, si produce col bruciare la materia. La scintilla è sempre scoppio. Se pensiamo che la scienza ci dice che il nostro universo è nato da uno scoppio, il fuoco diventa una metafora cosmica. Gli esseri viventi sono esseri portatori del fuoco, che custodiscono il fuoco dentro di loro grazie alla loro natura cava.
Questo bruciare ciò che arriva da fuori è trasformare il dato, morto e necessario, in energia, quindi in potenzialità, in libertà.
L’energia che è prodotta dalla combustione è libertà solo se c’è un soggetto cavo che la custodisce, se cioè c’è qualcosa che sa e può usarla. L’energia è solo la materia della libertà. Quindi l’organismo vitale è un trasformatore che prende il morto, il necessario, ciò che è pieno, costretto e lo scompone; da questa scomposizione ricava libertà, energia, potenza.
Il vivente è una forza che trasforma la necessità in libertà, mediante la combustione. Ecco perchè i termini linguistici associano spesso la combustione con la liberazione (catarsi, purificazione-da pùr, fuoco). Ora, la combustione interna del vivente cos’è se non un negare interno ad un identità esteriore che si mantiene?
Nel dividere la materia si libera l’energia: in questo c’è tutto (scissione dell’atomo). Ecco che non c’è libertà senza forza, e non c’è forza senza libertà. Nel senso che la forza, l’energia, nasce da una liberazione, una scissione di ciò che era identico, da una creazione di un intervallo: dalla creazione di una differenza. Ma anche la libertà non è reale senza la forza, cioè senza la possibilità, senza la materia necessaria ad esercitare la libertà. Insomma, la differenza è la mera esistenza della possibilità, ed è quindi l’aspetto formale della libertà. Mentre invece la forza è la “possibilità di cogliere la possibilità”, l’aspetto materiale della libertà, che altrimenti sarebbe mero arbitrio. Lo stesso discorso per la definizione di movimento: nella nozione di movimento sono tutt’uno il vuoto, lo spazio necessario al movimento, e la forza che mi permette di spostarmi. Dire movimento implica l’esistenza di uno spazio e di una forza.
Tornando al piano della distinzione mondo dell’essere/mondo del fare, vediamo che quando si produce la differenza del mondo del fare, ne consegue la sua libertà; ma con questo si libera anche il mondo dell’essere. Il fatto è che con la differenza si è creato un intervallo, cioè uno spazio entro il quale ci si può muovere. Io sono libero perchè dico: “Io non sono ciò che sto facendo”; c’è un intervallo fra ciò che faccio e ciò che sono. E’ precisamente questo divario (che è un divario nell’unità, perchè sono io che faccio e io che sono) lo spazio che utilizza il movimento ironico.
Questo è dato dal fatto che quando io faccio, comunque continuo ad essere. Grazie al fatto che in quel momento io sono anche quello che non sono, nel senso che sono anche quello che non sto facendo, l’esistenza di questo divario mi permette di essere libero, cioè di liberarmi dall’essere identico al mio essere; e liberarsi dall’identità vuol dire creare una differenza.